di: Gianfranco Belgrano | 26 Ottobre 2026
Ho riletto di recente “L’ultima legione” di Valerio Massimo Manfredi. Il libro, molti lo sapranno, racconta le avventure di un gruppo di legionari che scorta Romolo Augustolo, ultimo imperatore di Roma deposto dal re barbaro Odoacre, in un lungo viaggio attraverso quel che resta dell’antica gloria dell’Impero romano. Ed è però lungo questo viaggio che, accanto ai segni ineluttabili della decadenza e della rovina, emergono anche i primi segni del mondo che sarà. Segni di speranza, di quella incessante lotta tra umanità e violenza che pure nel massimo dello sconforto mostrano strade percorribili. Nel romanzo di Manfredi, il soldato Aurelio ritrova alla fine se stesso, affronta il suo passato, e pianta il seme di una nuova società in un mondo che ormai conosce soltanto la legge del più forte e ha solo il ricordo di glorie, pace e ricchezze ormai tramontate. Insomma, è il racconto di un mondo che cambia, un mondo in transizione, un mondo violento, che in alcuni suoi passaggi ricorda quanto sta avvenendo ai giorni nostri.
La regola del più forte, oggi, ha superato le logiche della diplomazia e del multilateralismo che avevano retto dalla fine della seconda guerra mondiale. Il sistema post 1945 sta crollando sotto i colpi di un pensiero che si sta diffondendo in diverse nazioni: i governanti di queste nazioni (e non mi riferisco soltanto agli Stati Uniti e alla Russia) ritengono che il raggiungimento degli obiettivi strategici che si sono posti sia possibile molto più facilmente attraverso la forza militare e la pressione economica. È come se non ci fosse più spazio per le parole e il confronto. Finita da tempo la Guerra fredda, finito il tentativo degli Stati Uniti di ergersi a paladino solitario del pianeta, adesso si fanno i conti con nuove realtà emergenti che vogliono pesare di più, e con realtà che finora avevano gestito le questioni internazionali e che adesso non hanno più l’antico peso.
Ma come Aurelio e Livia (altra protagonista del romanzo di Manfredi) trovano tra le macerie della loro epoca gli appigli a cui aggrapparsi immaginando nuovi futuri, così anche in questa nostra epoca di violenze e conflitti, non mancano i germogli di possibili e alternativi futuri. Germogli che riportano all’Africa e ad altre aree emergenti, e non soltanto per una questione meramente demografica. Mentre scriviamo, si stanno intensificando le relazioni commerciali sud-sud, le intese economiche non passano più soltanto attraverso triangolazioni con il Nord del mondo, lontani dai riflettori i Paesi che oggi “contano” meno provano ad emergere e a scandagliare forme inedite di coabitazione e partenariato. Così, mentre in alcune regioni si osa sempre di più mettendo in campo ritrovati bellici sofisticati e letali, c’è chi sotto traccia – per necessità o perché ci crede – costruisce nuovi percorsi di sviluppo.
Questo editoriale è apparso sul numero di giugno-luglio 2026 di Africa e Affari, disponibile per l’acquisto qui in formato cartaceo e qui in formato digitale.






