di: Redazione | 6 Settembre 2026
A cura di Di Lorenza S.p.A.
In un continente dove la demografia corre più velocemente della creazione di posti di lavoro, l’Istruzione e Formazione Tecnica e Professionale (TVET) non è più un “Piano B”, ma un motore cruciale per l’emancipazione giovanile. Da una prospettiva economica, investire nell’istruzione solleva la questione fondamentale dei “rendimenti marginali”: qual è l’impatto effettivo di ogni euro speso sulla crescita nazionale? Sebbene l’istruzione generale rimanga un pilastro della società, la formazione tecnica mira a fornire competenze pratiche immediatamente applicabili nel mercato del lavoro, con effetti potenzialmente trasformativi sull’occupazione, sulla crescita locale e sulla riduzione delle disuguaglianze sociali.
Il “Power-up” per la Forza lavoro moderna
Se la carriera di un giovane fosse un videogioco, l’istruzione tecnica sarebbe il “power-up” essenziale: quel set di abilità specializzate che permette di superare il primo, e più difficile, livello della vita adulta: trovare un impiego. Statistiche e studi confermano che un sistema di istruzione tecnica efficace aiuta i giovani a entrare nel mercato del lavoro più rapidamente, fornendo competenze allineate con ciò che le aziende cercano realmente.
Questa transizione è vitale per evitare il cosiddetto “scarring effect” (effetto cicatrice): rimanere disoccupati a lungo in giovane età lascia un segno indelebile sui guadagni futuri e sulle prospettive di carriera, una ferita difficile da rimarginare. Al contrario, possedere una qualifica tecnica significa spesso trovare lavoro prima e iniziare con forza, evitando quella cicatrice professionale a lungo termine.
Confronti hlobali e il “Paradosso italiano”
Il confronto tra le economie africane e i benchmark internazionali offre spunti immediati per i decisori politici locali. I Paesi con una forte tradizione di istruzione tecnica e apprendistato, come Germania, Paesi Bassi e Svizzera, riportano costantemente bassi livelli di disoccupazione giovanile. In Germania, ad esempio, il tasso di disoccupazione under 25 era circa il 4% alla fine del 2024, mentre in Italia superava il 20% e in Spagna raggiungeva circa il 26%.
L’Italia fornisce un caso emblematico di come le competenze tecniche influenzino l’occupazione: esiste un paradosso per cui la disoccupazione giovanile è tra le più alte d’Europa, eppure le aziende faticano a trovare tecnici specializzati, lasciando un tasso di posti vacanti di circa il 2,5% nel 2024. Questo evidenzia un forte mismatch: le opportunità esistono, ma i giovani spesso mancano delle competenze per coglierle. I dati provenienti dalla Finlandia supportano ulteriormente il percorso tecnico: a metà carriera (intorno ai 35 anni), chi ha un background tecnico guadagna in media circa il 6% in più rispetto a chi ha seguito un percorso generalista. Inoltre, i giovani finlandesi costretti a un’istruzione generale nonostante una preferenza per i laboratori tecnici hanno mostrato tassi di occupazione inferiori di quasi 20 punti percentuali a 35 anni.
Inclusione o disuguaglianza: la sfida degli standard
Nei Paesi a basso reddito, l’istruzione tecnica si sta già dimostrando un rimedio contro la disoccupazione giovanile, aumentando le possibilità di impiego e i salari, con benefici particolarmente forti per i giovani uomini. Tuttavia, affinché un investimento sia veramente inclusivo, deve garantire standard elevati e accesso equo ovunque.
Se gestita male, esiste il rischio di creare un “canale di serie B”, dove gli istituti tecnici diventano parcheggi educativi per giovani svantaggiati, offrendo una formazione scadente. In questi casi, invece di colmare il divario sociale, lo si approfondirebbe, producendo diplomati impreparati e con scarso appeal sul mercato. Per massimizzare l’equità, le politiche devono mirare a innalzare gli standard delle scuole tecniche e fornire supporto aggiuntivo, come laboratori di formazione di alta qualità.
Trasformare la teoria in pratica industriale
Investire oggi nella formazione tecnica significa preparare un terreno fertile per l’economia di domani. Una regione ricca di capitale umano tecnico ha anche maggiori probabilità di attrarre investimenti stranieri, poiché le aziende valutano la disponibilità locale di manodopera qualificata. Non è solo il numero di anni di scuola che conta, ma quanto quelle qualifiche si traducano in capacità pratiche.
Affinché questa transizione abbia successo, le infrastrutture scolastiche devono riflettere le reali esigenze del settore privato e del mercato del lavoro. Una prova concreta di ciò si vede in iniziative come la recente creazione di Centri di Eccellenza TVET in Ghana. Attraverso la fornitura di laboratori e officine all’avanguardia in collaborazione con diversi partner, il Ministero dell’Istruzione ha garantito che gli studenti acquisiscano competenze tecniche direttamente applicabili, trasformando i concetti teorici in capacità pratiche. Questo approccio assicura che il “power-up” dell’istruzione tecnica sia costruito su standard elevati, fornendo quella manodopera qualificata necessaria per attrarre investimenti e guidare l’economia nazionale.
Questa rubrica è apparsa sul numero di giugno-luglio 2026 di Africa e Affari, disponibile per l’acquisto qui in formato cartaceo e qui in formato digitale.





