L’Africa e l’obbligo della strategia: perché le imprese italiane devono “remare” ora

di: Redazione | 28 Giugno 2026

a cura di Eugenio Bettella, tra i fondatori dello studio legale e di consulenza internazionale Bergs & More.

 

Nel descrivere l’attuale momento del mercato africano alle imprese italiane, ricorro spesso alla metafora del surf: per cavalcare l’onda non basta farsi trovare pronti quando questa arriva, bisogna aver iniziato a remare molto prima, con fatica e posizionamento. Oggi, guardando alle prospettive del 2026, la sensazione è che molte realtà rischino di perdere l’attimo decisivo per mancanza di una strategia sistemica, convinte erroneamente che il mercato africano sia ancora un terreno per incursioni episodiche.

La mia analisi parte da un dato di fatto concreto: il continente sta completando un ciclo storico di infrastrutturazione. Grazie agli investimenti massicci di attori come Cina, Stati Uniti e Paesi del Golfo, la rete di porti, corridoi logistici ed energia sta raggiungendo una massa critica. Quando questo ciclo sarà concluso – prevedibilmente entro i prossimi cinque o dieci anni – si aprirà una fase dominata dalla produzione locale e dall’industrializzazione, una fase che sarà accelerata dalla Zona di libero scambio continentale (AfCFTA). Se aspettiamo che le strade siano perfette e l’energia onnipresente per muoverci, arriveremo quando le posizioni di mercato saranno già state occupate. Bisogna agire ora.

Per le piccole e medie imprese italiane, il cambio di paradigma è netto. Non dobbiamo più limitarci a guardare alle grandi opere come fornitori, ma puntare su partnership industriali e joint venture. Una delle richieste che ricevo costantemente dai partner africani è la seguente: trasferimento di tecnologia e creazione di presidi produttivi o di assemblaggio in loco. L’assunto che se ne ricava è allora che dobbiamo aiutare le popolazioni e le imprese locali a diventare i partner ideali per le nostre eccellenze, integrandole nella catena del valore globale.

In questo scenario, vedo due driver fondamentali per il successo del Sistema Italia.

In primo luogo, la capacità di inserimento nelle grandi manovre finanziarie dei Paesi del Golfo. Emirati, Qatar e Arabia Saudita stanno investendo pesantemente nella logistica africana; le imprese italiane possono e devono inserirsi in questi flussi attraverso joint venture e l’utilizzo sinergico di strumenti di credito all’export internazionali.

In secondo luogo, l’integrazione con il territorio. Non esiste progetto industriale sostenibile in Africa senza un dialogo con le comunità locali e la società civile. L’esperienza ci insegna che coinvolgere realtà locali o anche organizzazioni non governative per il monitoraggio dei progetti (come avvenuto per la diffusione di tecnologie domestiche nell’Africa orientale legate ai crediti di carbonio) e, parallelamente, puntare sul capacity building, trasforma un’iniziativa isolata in un investimento duraturo.

Senza struttura e senza strategia, tutto resta occasionale. Ma con una preparazione adeguata, l’onda africana che sta arrivando rappresenterà la più grande opportunità di crescita per il nostro tessuto industriale dei prossimi decenni.

Perché questa occasione è così importante per le aziende e le istituzioni italiane? La risposta è semplice. Il completamento delle infrastrutture di base in Africa sta spostando il baricentro dell’interesse economico verso l’industria manifatturiera e i servizi avanzati. Per le imprese italiane, questo significa una transizione obbligata dal modello di puro export a quello di partner industriale “on-site”. Ignorare questa finestra temporale di posizionamento significa consegnare quote di mercato strategiche a competitor che stanno già strutturando la propria presenza in funzione del nuovo mercato unico africano.

 

Questa rubrica è apparsa sul numero di marzo 2026 di Africa e Affari, disponibile per l’acquisto qui in formato cartaceo e qui in formato digitale.

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