di: Rita Ricciardi | 17 Luglio 2026
Nel dibattito sullo sviluppo economico dell’Africa orientale si tende sempre più spesso a guardare altrove: grandi investimenti esteri, innovazione tecnologica, startup, infrastrutture. In questo scenario, le cooperative vengono relegate a un ruolo marginale, quasi come un residuo del passato, strutture nate in epoca coloniale e sopravvissute senza una reale funzione nel presente. È una lettura comoda, ma profondamente fuorviante.
Le cooperative rappresentano, in realtà, una delle infrastrutture economiche più diffuse e radicate dell’intera East Africa. Dal Kenya alla Tanzania, dall’Uganda al Ruanda, milioni di piccoli produttori agricoli e operatori economici fanno parte di sistemi cooperativi. Eppure, questo patrimonio organizzativo continua a essere sottoutilizzato, gestito con inefficienze che ne limitano drasticamente l’impatto. Non perché il modello non funzioni, ma perché non viene messo nelle condizioni di funzionare.
In teoria, le cooperative sono perfettamente adatte a economie caratterizzate da frammentazione produttiva, accesso limitato al credito e forte informalità. Consentono di aggregare l’offerta, migliorare il potere contrattuale, accedere a mercati più ampi e stabilizzare i redditi. Non sono solo strumenti economici, ma anche dispositivi sociali capaci di rafforzare la coesione delle comunità e distribuire valore in modo più equilibrato. Eppure, nella pratica, questo potenziale resta in gran parte inespresso.
Per capire perché, basta osservare l’Uganda, non come eccezione ma come lente attraverso cui leggere l’intera regione. Negli anni Sessanta e Settanta, il movimento cooperativo ugandese era il pilastro dell’economia nazionale, il principale datore di lavoro, un sistema capillare che collegava produzione agricola e mercati internazionali. Il suo declino è stato spesso raccontato come la prova della fragilità del modello. In realtà, è stato il risultato di una combinazione ben precisa: instabilità politica, liberalizzazioni non accompagnate e progressivo disimpegno istituzionale.
Tuttavia, attribuire questo declino a una volontà politica distruttiva sarebbe una semplificazione che rischia di nascondere il vero problema. Più che di ostilità, si è trattato – e in molti casi si tratta ancora – di una carenza di comprensione del potenziale economico e sociale del modello cooperativo. Le istituzioni non hanno necessariamente combattuto le cooperative; semplicemente non le hanno riconosciute come strumenti strategici di sviluppo. Non le hanno integrate in una visione economica strutturata, né supportate con un quadro normativo, finanziario e formativo adeguato.
Ma fermarsi al livello istituzionale sarebbe ancora insufficiente. Il nodo più critico è altrove, ed è molto più difficile da affrontare: il rapporto tra i singoli membri e la cooperativa. Una cooperativa non è un’entità astratta, è la somma dei comportamenti dei suoi membri. Quando questi comportamenti non sono coerenti con la logica cooperativa, il sistema smette di funzionare.
A tutto questo si aggiunge un ulteriore livello di complessità spesso sottovalutato: la crescente necessità di aderire a standard di trade compliance nei mercati internazionali. Oggi, per competere davvero, le cooperative devono essere in grado di certificare i propri prodotti, garantire tracciabilità, rispettare requisiti qualitativi e normativi sempre più stringenti. Questo richiede competenze, strutture organizzative e investimenti che molte cooperative non riescono a sostenere proprio a causa delle fragilità interne. Il risultato è un paradosso: proprio quelle organizzazioni che potrebbero facilitare l’accesso ai mercati globali restano escluse perché non riescono a soddisfarne le regole.
La vera sfida, guardando anche all’Italia, non è reinventare il modello, ma farlo funzionare. E questo richiede un doppio movimento: dall’alto, con politiche pubbliche più consapevoli e mirate; dal basso, con una crescita della responsabilità individuale e del senso di appartenenza.
Questa rubrica è apparsa sul numero di marzo 2026 di Africa e Affari, disponibile per l’acquisto qui in formato cartaceo e qui in formato digitale.





