Mar Rosso: l’ombra della competizione araba in Africa 

di: Ernesto Sii | 3 Agosto 2026

Tra i 14 paesi che giovedì hanno sottoscritto la dichiarazione congiunta per l’Alleanza multinazionale di difesa marittima promossa dall’Arabia Saudita figurano cinque Stati africani: Egitto, Gibuti, Nigeria, Somalia e Sudan. Assenti, oltre agli Emirati Arabi Uniti e all’Oman, l’Etiopia, l’Eritrea e i Paesi dell’Africa orientale non affacciati sul Mar Rosso, tra cui Kenya e Tanzania.

L’iniziativa nasce a ridosso del blocco navale dichiarato dagli Houthi contro l’Arabia Saudita il 20 luglio e degli attacchi rivendicati contro navi legate a Riad, nel quadro del conflitto tra Stati Uniti e Iran che ha compresso il traffico nello stretto di Hormuz. La composizione dei firmatari va quindi letta anzitutto come risposta a un’emergenza, prima ancora che come riposizionamento strutturale.

Detto questo appare evidente come, in un momento in cui il quadrante regionale medio orientale è bollente, a causa del conflitto Usa/Israele-Iran, e la navigazione dell’area viene ormai evitata da un numero sempre crescente di compagnie di navigazione, l’iniziativa saudita allunghi l’ombra della competizione araba (tra sauditi ed emiratini) su Corno d’Africa e infrastrutture commerciali logistiche. Per chiunque segua quel quadrante, l’ombra è apparsa subito evidente guardando i firmatari della prima ora dell’alleanza promossa da Riad. La distribuzione geografica delle adesioni, infatti, sembra sovrapporsi in larga parte agli schieramenti che si sono consolidati negli ultimi mesi nel Corno d’Africa, dove Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti competono per il controllo di porti, corridoi commerciali e alleanze locali. Egitto e Somalia hanno rafforzato la cooperazione militare con Riad nel corso del 2026, mentre il governo sudanese delle forze armate, riconosciuto dai sauditi, riceve sostegno da Riad nel conflitto contro le Forze di supporto rapido, sostenute invece da Abu Dhabi, secondo quanto emerge da diverse analisi regionali sulla rivalità tra le due potenze del Golfo.

Il dato più segnalato dagli osservatori resta comunque quello delle assenze: né gli Emirati Arabi Uniti né l’Oman hanno aderito alla dichiarazione, nonostante condividano obiettivi di sicurezza simili nel contesto del conflitto legato all’Iran. Abu Dhabi mantiene interessi diretti nell’area attraverso la società portuale Dp World, che gestisce terminal a Berbera, in Somaliland, e a Bosaso, in Puntland.

Sul fronte del Corno d’Africa, l’assenza dell’Etiopia – alleata degli Emirati nel memorandum sul Somaliland del 2024 e priva di sbocco marittimo diretto – si inserisce nello stesso schema. Anche l’Eritrea, pur avendo avviato negli ultimi mesi colloqui con Riad per investimenti nel porto di Assab, non compare tra i firmatari: resta da vedere se l’avvicinamento saudita-eritreo si tradurrà in un’adesione formale nelle prossime settimane, dato che la dichiarazione lascia esplicitamente aperta la porta ad altri Paesi.

Colpisce anche l’assenza di Kenya e Tanzania, entrambi assenti dall’elenco, che seppur non direttamente legati al Mar Rosso, stanno pagando (con i loro porti di Mombasa e Dar es Salaam) il contraccolpo della minore attrattività della rotta del Mar Rosso. La loro estraneità alla coalizione può quindi sia riflettere il perimetro geografico dichiarato dall’iniziativa, limitato allo stretto di Bab el-Mandeb, al Mar Rosso e al Golfo di Aden, ma potrebbe anche rivelare una precisa collocazione diplomatica meno legata alle dinamiche di competizione tra Riad e Abu Dhabi. Non è stato reso noto se i due Paesi fossero tra i 51 governi invitati alla riunione di Riad, a cui hanno preso parte rappresentanti di 43 Paesi. C’è però, per questi due Paesi, anche da tenere conto di un altro elemento, ovvero che entrambi, insieme all’Etiopia, risultano già parte – accanto alla stessa Arabia Saudita – del Codice di condotta di Gibuti e del relativo Emendamento di Gedda, il meccanismo promosso dall’Organizzazione marittima internazionale per la sicurezza nell’Oceano Indiano occidentale e nel Golfo di Aden. La loro assenza dalla nuova alleanza può quindi riflettere il perimetro più circoscritto dell’iniziativa – costruita sulla minaccia Houthi nel Mar Rosso – più che una distanza politica da Riad.

Tra i firmatari africani, la Nigeria rappresenta un caso a parte: affacciata sul Golfo di Guinea e non sul Mar Rosso, la sua adesione appare motivata più da interessi legati alla sicurezza energetica, marittima generale (il Paese conosce bene il problema della pirateria nelle proprie acque) e alla cooperazione con i Paesi del Golfo che dalle dinamiche di rivalità saudita-emiratina nel Corno d’Africa.

La competizione araba

Quella che un tempo era descritta come l’alleanza più solida del mondo arabo – il tandem tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – è degenerata negli ultimi anni in una competizione strategica a tutto campo, definita da alcuni analisti come la “Guerra Fredda del Golfo”. La divergenza, iniziata sottotraccia con il ritiro parziale delle truppe emiratine dallo Yemen nel 2019, ha raggiunto il punto di ebollizione nel dicembre 2025 con lo scontro diretto nel porto yemenita di Mukalla.

E partendo dallo Yemen questa rivalità si è estesa all’intero Corno d’Africa (Sudan, Somalia, Etiopia, Eritrea, Gibuti). Una competizione (silenziosa, sussurrata a prima vista quasi impercettibile) che non è limitata alla sfera militare e diplomatica, ma che permea profondamente le infrastrutture economiche critiche: dai porti alla logistica, dall’energia alle catene di approvvigionamento alimentare. Mentre Riad persegue una dottrina di consolidamento statale e stabilità regionale funzionale alla propria Vision 2030 e alla sicurezza dei suoi confini terrestri, Abu Dhabi implementa una strategia di “Impero Marittimo”, privilegiando il controllo di nodi logistici costieri, il supporto ad attori non statali e la proiezione di potenza attraverso proxy commerciali e militari.

Il 2026 si preannunciava come l’anno in cui queste tensioni latenti avrebbero ridisegnato le alleanze regionali, con l’Arabia Saudita che cementa un blocco con Egitto, Turchia e Somalia per contenere l’influenza degli Emirati, alleati a loro volta con Etiopia, Israele e entità separatiste come il Somaliland e il Consiglio di Transizione del Sud (Stc) in Yemen.

Il conflitto in corso in Iran  e che si sta irradiando nella regione potrebbe avere ripercussioni anche su questi equilibri.

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