di: Michele Vollaro | 18 Giugno 2026
lTrasformare la cornice politica del Piano Mattei in progetti industriali stanziali, capaci di rispondere all’urgenza demografica dell’Africa e alla necessità europea di diversificare le catene di approvvigionamento delle materie prime critiche. È questo il baricentro operativo del forum d’affari tra il sistema economico italiano e l’Africa Finance Corporation (Afc) – istituzione finanziaria multilaterale con sede a Lagos, in Nigeria –, che ha raggruppato ieri a Roma i principali protagonisti della transizione energetica, delle risorse strategiche e dei corridoi logistici del continente.
Con una popolazione in età lavorativa che proprio nel biennio 2026-2027 diventerà la fascia demografica più numerosa del continente, la cooperazione industriale tra le due sponde del Mediterraneo si trova davanti a un bivio strutturale. La sfida è rispondere alla domanda di lavoro delle nuove generazioni trattenendo il valore delle risorse sul territorio, grazie alla nascita di filiere manifatturiere locali. Una transizione che l’Italia intende sostenere attraverso i capitali di sviluppo di Cassa depositi e prestiti (Cdp) e il trasferimento tecnologico del made in Italy, gettando le basi per un partenariato paritario fondato sulla tracciabilità delle risorse e sulla trasparenza giuridica dei contratti.
Il nodo del credito: l’impatto di Basilea e la risposta di Roma
Il blocco principale alla bancabilità dei grandi progetti risiede nell’asimmetria d’accesso al credito globale, secondo il presidente di Afc, Samaila Zubairu, che ha denunciato come le regole internazionali di Basilea e la percezione distorta del rischio da parte delle agenzie di rating continuino a penalizzare i mercati africani: «L’Africa non cerca assistenza, ma una correzione dei meccanismi finanziari globali. I dati della piattaforma Global Emerging Markets provano che i default infrastrutturali sul nostro continente sono i secondi più bassi al mondo, con tassi di recupero superiori al 90% sui debiti sovrani e al 78% sui clienti corporate», ha detto.
«Eppure – ha proseguito Zubairu – le regole di Basilea impongono storture anacronistiche: se un’istituzione africana investe in titoli del Tesoro statunitense subisce una carica patrimoniale dello 0%, ma se investe in equity sul proprio territorio viene penalizzata con un requisito del 300%. Questa rigidità costringe i nostri capitali a fuggire all’estero, privando lo sviluppo locale dei 4 trilioni di dollari di risparmio domestico accumulati sul continente».
La risposta della sponda italiana si muove lungo una linea di realismo economico volto a mitigare questi attriti finanziari. Il viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, ha delineato la dottrina contrattuale del Sistema Paese, ribadendo che la fiducia istituzionale è l’unico vero fattore capace di rendere un investimento spendibile all’estero.
«Il Piano Mattei si fonda sul realismo economico: finanziare il de-risking significa mettere lo Stato a fianco dei privati. La nostra presenza istituzionale appone una vera e propria bandiera a protezione dei progetti, riducendo il rischio politico per le pmi e offrendo uno scudo governativo indispensabile. L’obiettivo non è attrarre risorse umane verso l’Europa, alimentando il brain-drain, ma consolidare lo sviluppo industriale e il ceto medio direttamente sul continente», ha detto.

Un’azione sinergica convalidata da Lorenzo Ortona, coordinatore vicario della Struttura di missione del Piano Mattei, evidenziando il ruolo del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nel saldare gli accordi paritari con i canali finanziari di Afc: «La cooperazione industriale tra l’Italia e l’Afc ha registrato un’evoluzione significativa, e i memorandum siglati in questo forum danno sostanza strategica alla nostra partnership. Il sistema produttivo italiano non apporta solo capitale, ma il know-how d’eccellenza della nostra ingegneria, della manifattura e delle tecnologie sostenibili per supportare l’industrializzazione locale», ha affermato.
«In questo quadro – ha precisato – il Corridoio di Lobito rappresenta la nostra iniziativa geopolitica di punta: non un mero progetto di trasporto, ma una piattaforma integrata che unisce filiere agricole, logistica, rinnovabili e materie prime critiche per generare valore e occupazione a lungo termine».

L’ingegneria del credito: gli impegni di Cdp, Sace e Confindustria Assafrica
Questo perimetro operativo ha guidato la firma delle intese finanziarie tra Cdp e Afc, oltre ai protocolli tra l’istituto panafricano, Sace, Confindustria Assafrica & Mediterraneo e Imagro. Sul fronte dei capitali di sviluppo, il presidente di Cdp, Giovanni Gorno Tempini, ha confermato la mobilitazione di 400 milioni di dollari per Afc – divisi tra 150 milioni per le rinnovabili e 250 milioni in garanzie parziali –, a cui si unisce il co-investimento del Fondo italiano per il clima nella ferrovia zambiana.
Per il supporto assicurativo, l’amministratore delegato di Sace, Michele Pignotti, ha dettagliato uno stock africano da 15 miliardi di euro (di cui 4,6 miliardi destinati ai Paesi del Piano Mattei), sbloccando tre interventi: 250 milioni per la ferrovia in Tanzania, 250 milioni per l’operazione untied della Push Strategy e 100 milioni per l’agribusiness in Togo. Un’azione di sistema considerata indifferibile dal presidente di Confindustria Assafrica & Mediterraneo, Enrico Maria Bagnasco, per agganciare le pmi italiane ai distretti produttivi continentali attraverso i 150 progetti presentati nell’ultimo biennio.
Catene del valore e materie prime critici: la sfida della trasformazione in loco
La necessità di superare la logica puramente estrattiva è stata il fulcro della sessione macroeconomica introdotta da Rita Babihuga–Nsanze, capo economista dell’Afc. I dati indicano che l’integrazione dei mercati continentali africani rappresenta una sfida industriale da 1.000 miliardi di dollari, divisa tra la necessità strutturale di sostituire le importazioni e l’urgenza di generare catene di export competitive a livello globale. «L’intersezione strategica tra le opportunità infrastrutturali dell’Africa e la capacità manifatturiera italiana non può limitarsi al commercio transitorio. La nostra unione ha valore solo se riusciamo a governare insieme i trend dell’integrazione regionale, sostituendo le importazioni con produzioni locali e generando catene di export capaci di competere sui mercati globali».
Nel panel pomeridiano dedicato al comparto estrattivo, moderato da Kusobile Kamwambi della Struttura di missione della presidenza dello Zambia, il dibattito si è concentrato sulle strategie per superare il monopolio asiatico nella raffinazione di manganese e grafite, trattenendo il valore industriale direttamente sul territorio. Franklin Edochie, alla guida del comparto miniere di Afc, ha illustrato questa svolta attraverso due progetti chiave: uno studio di fattibilità con Woodmac e WorleyParsons per realizzare una raffineria di allumina in Nigeria, che valorizzerà la bauxite locale sfruttando il gas nazionale, e un finanziamento da 700 milioni di dollari destinato agli impianti di Dangote Fertilizers.
La scommessa di creare distretti industriali stanziali deve però fare i conti con la storica prudenza dei fondi internazionali di fronte al rischio delle prime esplorazioni sul campo. Un ostacolo aggirato con il pragmatismo dei capitali privati africani, come ha confermato Sixtus Mulenga, presidente esecutivo di Musamu Resources Ltd, che ha sviluppato un giacimento di manganese zambiano da 40 milioni di tonnellate investendo 12,5 milioni di dollari di fondi propri, in totale assenza di venture capital esteri.

Sulla stessa linea l’esperienza di Ayo Sopitan, amministratore delegato di Metalex, che nello Zambia ha strutturato una filiera di rame e cobalto a zero emissioni: l’impianto è alimentato da parchi solari e ricicla i residui di lavorazione in blocchi per l’edilizia sociale, intercettando così il sovrapprezzo commerciale garantito dai produttori globali di batterie.
Questo sforzo di stanzialità unisce fornitori italiani e acquirenti locali. Se il direttore di Cdp, Carlo Rossotto, ha confermato il supporto alla formalizzazione delle miniere artigianali, Lorenzo Di Donato, amministratore delegato di Alkeemia, ha mostrato la necessità di integrare le catene di approvvigionamento della fluorite africana con parchi di purificazione della grafite al di fuori del controllo asiatico.
Il nodo dell’intermodalità e la svolta degli appalti open-book
La sessione logistica, moderata da Mariangela Siciliano (Sace), ha ridefinito la gestione delle dorsali transnazionali. Abiola Osho, vicepresidente trasporti di Afc, ha provato che i 1.300 chilometri ferroviari del Corridoio di Lobito sbloccherà un mercato agricolo regionale da quattro miliardi di dollari, accelerando l’integrazione commerciale africana, considerata una sfida industriale da 1.000 miliardi di dollari.
L’efficienza sul campo richiede modelli contrattuali e gestionali flessibili. Youssef Elgonaid, amministratore delegato di African Rail Company (Arc), ha spiegato il ricorso all’intermodalità strada-ferrovia: «Per attivare il trasporto di rame dalla Rd Congo verso il porto di Maputo, dove DP World ha investito 160 milioni di dollari nell’espansione del terminal, abbiamo strutturato soluzioni su gomma per il primo miglio. Garantiamo i flussi ai trader e costruiamo la bancabilità dell’opera prima del completamento dei binari. È però fondamentale segregare i fondi di manutenzione per evitare blocchi quando i prezzi delle commodity calano».
Un pragmatismo esecutivo preteso anche dal presidente della Compagnie du TransGuinéen, Mamoudou Barry, che coordina l’infrastruttura da 20 miliardi di dollari di Simandou: «I vostri investitori impiegano quattro anni per completare uno studio di fattibilità inutile nel 90% dei casi. Abbiamo bisogno di partner che restino a vivere e a creare valore con noi».

Questa richiesta di velocità d’esecuzione impone una revisione delle regole d’ingaggio degli appalti. Francesco Carlucci, direttore delle operazioni di Finso del gruppo Fincantieri Infrastructure, ha confermato l’interesse per progetti in Tanzania ed Etiopia, tracciando una linea netta sulle tutele: «Le imprese possono assumersi i rischi tecnici, ma l’incertezza politica e le variabili macroeconomiche generali devono rimanere in capo ai governi e alle istituzioni finanziarie».
Una barriera burocratica che Marco Saraceni, chief commercial officer di Webuild, propone di superare modificando il meccanismo delle gare d’appalto: «I clienti africani dovrebbero abbandonare le gare aperte tradizionali. La via più efficiente è selezionare un ristretto numero di offerenti in esclusiva, co-progettando le soluzioni e definendo il prezzo finale attraverso contratti a libro aperto (open book), con la previsione che la committenza copra i costi di studio esterni sostenuti dalle imprese non aggiudicatarie».
Un’evoluzione finanziaria che, come confermato da Banji Fehintola, esponente del comparto strategico di Afc, spinge l’istituto panafricano verso formule all equity. Questo approccio prevede il finanziamento delle fasi iniziali di sviluppo interamente attraverso l’iniezione di capitali propri diretti, posticipando la ricerca del debito bancario a un momento successivo, quando il cantiere è già operativo e i rischi commerciali parzialmente azzerati.
Il successo dei corridoi logistici e l’efficacia del Piano Mattei non si misurano più sulle dichiarazioni d’intento politiche, ma sulla velocità della loro esecuzione tecnica. Trattenere il valore industriale sul territorio, integrando la raffinazione delle materie prime alla rete intermodale, è l’unico modo per trasformare i corridoi commerciali in motori stabili di occupazione e crescita macroeconomica.





