Minerali critici, raffinazione locale e filiere regionali

di: Michele Vollaro | 23 Settembre 2026

Raffinare i minerali in Africa è un primo passo, ma non esaurisce l’obiettivo di un partenariato realmente vantaggioso per entrambe le parti. Perché una maggiore quota di valore resti nel continente, la lavorazione dovrebbe estendersi progressivamente ai prodotti intermedi, ai componenti, alla manifattura e alla tecnologia, sempre più dentro catene regionali africane. È la posizione indicata ad Africa e Affari da John Youhanes Magok, coordinatore della strategia dell’Unione africana sulle materie prime e i prodotti di base.

Il quadro di riferimento è l’African Commodities Strategy, adottato nel 2022 come progetto faro dell’Agenda 2063. La strategia punta a usare le risorse del continente come leva per l’industrializzazione, la diversificazione produttiva, un maggiore valore aggiunto e l’integrazione nelle catene del valore.

In questa prospettiva, lavorazione e raffinazione primaria sono per Magok passaggi necessari, ma non il punto d’arrivo. L’obiettivo è far avanzare progressivamente la partecipazione africana lungo la filiera. Non significa, precisa, che ogni Paese produttore debba arrivare da solo all’assemblaggio finale: il criterio è che questa partecipazione non resti confinata all’estrazione o alle prime fasi della trasformazione. Anche la misurazione del beneficio deve andare oltre royalties e tasse. Tra gli indicatori richiamati da Magok figurano la quota di minerali trasformati localmente o regionalmente, il valore aggiunto trattenuto nell’economia, la spesa destinata ai fornitori nazionali, la presenza locale nelle posizioni tecniche e manageriali e il trasferimento tecnologico.

“Locale”, però, non significa necessariamente nazionale. “Il valore aggiunto locale deve essere sempre più concepito e misurato a livello regionale”, dice Magok, indicando nell’Area continentale africana di libero scambio (AfCFTA) il quadro attraverso cui costruire queste catene. Disponibilità di minerali, energia, capacità tecniche e dimensione dei mercati variano da Paese a Paese e rendono spesso economicamente poco sostenibile concentrare l’intera filiera all’interno di un solo Stato. Per l’Unione africana, il valore locale va quindi letto in una prospettiva integrata di catena del valore africana.

Applicata ai rapporti con l’Europa, questa impostazione si traduce in quattro condizioni. Magok indica co-investimenti nella trasformazione, nell’energia e nelle infrastrutture; impegni vincolanti sul trasferimento tecnologico e sulla ricerca; assistenza tecnica e finanziaria affinché strumenti europei come la direttiva sulla due diligence di sostenibilità delle imprese (Csddd) e il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam) non si traducano di fatto in barriere per le imprese africane; e spazio per strumenti di politica industriale dei Paesi africani, comprese restrizioni mirate all’esportazione di minerali non raffinati e quote di approvvigionamento locale.

Il punto, per il rappresentante dell’Unione africana, è fin dove arriva la partecipazione africana nella filiera. Un partenariato, ha affermato ad Africa e Affari, non può essere considerato “genuinamente strategico o trasformativo” se limita il ruolo africano all’estrazione o alla raffinazione primaria: dovrebbe invece prevedere impegni strutturali per avanzare progressivamente verso la produzione di componenti e l’integrazione tecnologica nel continente.

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