di: Michele Vollaro | 5 Ottobre 2026
Quattro giorni di lavori, un centinaio di conferenze, settecento relatori. E un risultato, arrivato mentre il primo Forum euromediterraneo dell’acqua, alla Nuvola dell’Eur, stava già chiudendo: a dicembre, alla Conferenza Onu di Abu Dhabi, i suoi esiti avranno uno spazio nella blue zone — l’area negoziale, non quella espositiva. L’ha annunciato dal palco il presidente dell’Istituto mediterraneo dell’acqua (Ime) di Marsiglia, Alain Meyssonnier.
Quello che verrà portato ad Abu Dhabi è stato definito il 28 settembre alla Farnesina, dove la seconda riunione ministeriale sull’acqua dell’Unione per il Mediterraneo (Upm) ha adottato una dichiarazione con cinque priorità al 2030: governance, nesso acqua-energia-cibo-ecosistemi, finanza e investimenti, digitalizzazione, resilienza climatica. Insieme alla dichiarazione è stata lanciata l’Iniziativa di Roma sull’acqua, rivolta ai Paesi della sponda sud, il cui primo pilastro operativo è affidato al Ciheam di Bari con tre milioni di euro della Cooperazione italiana.
Tre milioni, a fronte di un fabbisogno che il direttore operazioni e partenariati dell’Upm, Michele Amedeo, ha quantificato in “decine di miliardi all’anno” per il solo bacino mediterraneo. L’Iniziativa, del resto, non costruisce impianti: serve a formare le amministrazioni a preparare progetti che una banca di sviluppo possa accettare e finanziare.
La sfida dei fondi: i capitali esistono, mancano i progetti bancabili
È la risposta che tutta la settimana romana ha dato alla diagnosi riassunta in un rapporto realizzato lo scorso gennaio a Dakar in Senegal, dove si è tenuta la riunione preparatoria di Abu Dhabi: il capitale esiste, quello che manca è la capacità di assorbirlo. Oltre il 90% degli investimenti idrici viene oggi dal settore pubblico; al privato, secondo il presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) e di Un-Water Alvaro Lario, resta una quota fra il 3 e il 5%.
Già alla prima ministeriale dell’Upm sull’acqua, a Malta nel 2017, i ministri avevano chiesto un’agenda regionale e una strategia finanziaria. Furono scritte entrambe, e tra gli ostacoli agli investimenti figuravano tariffe deboli, fragilità istituzionali e scarsa capacità di sviluppare progetti bancabili. Nove anni dopo, la risposta sono tre milioni di formazione.
Sul fronte europeo qualcosa si muove: la commissaria Ue per il Mediterraneo Dubravka Šuica ha annunciato per il 2027 una nuova iniziativa regionale dedicata alla resilienza idrica, nell’ambito del Patto per il Mediterraneo, pensata per collegare le autorità di bacino dell’Unione e dei Paesi partner e migliorare i modelli di previsione. Resta un annuncio, con un anno davanti.
Il ruolo dell’Italia: dal Piano Mattei agli accordi bilaterali
Più avanzata sembra invece essere questa volta la rete bilaterale italiana. Il Piano Mattei ha scelto l’acqua come tema prioritario del 2026 — in sintonia con l’Anno dell’acqua proclamato dall’Unione africana — e il progetto di punta è in Tunisia: il programma Tanit prevede fino a 250 milioni di euro per recuperare acque reflue trattate e destinarle all’irrigazione di terreni demaniali attraverso cinque impianti di depurazione, con un centro tecnologico in costruzione a Mograne e la formazione affidata al Ciheam di Bari, per altri 36,5 milioni.
In Marocco, secondo il vice coordinatore della struttura di missione Lorenzo Ortona, l’Italia contribuisce con oltre 100 milioni alla strategia idrica nazionale, dentro un pacchetto che con Germania, Francia e Commissione europea sfiora i 400. In Repubblica del Congo è in corso lo studio di fattibilità per il potenziamento della rete idrica della capitale Brazzaville, affidato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) a un raggruppamento di aziende guidato da Acea Infrastructure.
Interrogato su una fase storica in cui le relazioni internazionali tornano bilaterali e il multilaterale arretra, Agostino Inguscio, del centro di Roma dell’Undp per il clima e la transizione, ha indicato il percorso inverso: gli strumenti bilaterali italiani che funzionano vengono promossi a modello multilaterale. Il caso è la Piattaforma di supporto agli investimenti e assistenza tecnica (Pista), nata presso quel centro su fondi del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica per rendere i progetti bancabili e collegarli ai finanziatori, e che nel primo anno ha sostenuto sedici progetti in altrettanti Paesi africani puntando a sbloccare oltre 500 milioni di dollari in finanza mista.
Sarà ora presentata a livello dell’intera agenzia e portata nel dialogo strategico con l’Unione europea sul Global Gateway. Il nodo, ha osservato Inguscio, non è solo finanziario: “Il divario è di capacità e di tecnologie”.
La prospettiva africana e i prossimi appuntamenti internazionali
Dalla sponda africana la richiesta è di alzare il livello. Per Mohamed Diatta, sherpa del Senegal per la Conferenza di Abu Dhabi, il Piano Mattei può diventare “un patto politico per investire nella resilienza”, e la convergenza tra i due continenti va costruita sulla strategia europea di resilienza idrica e sulla nuova Visione africana dell’acqua, lanciata ad Addis Abeba lo scorso febbraio.
Il calendario è fitto: Cairo Water Week a fine ottobre, Cop 31 sul clima di Antalya a novembre, conferenza Onu sull’acqua ad Abu Dhabi a dicembre, Forum mondiale dell’acqua di Riad nel marzo 2027. Roma il posto al tavolo se l’è preso. Quanto ci vorrà perché una diagnosi vecchia ormai di un decennio diventi investimenti, è un’altra questione.
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