di: Redazione | 28 Settembre 2026
a cura di Eugenio Bettella, tra i fondatori dello studio legale e di consulenza internazionale Bergs & More.
In un’Africa che cambia, anche l’approccio della Cooperazione allo Sviluppo sta cambiando. Non si parla più di beneficiari ma di partner. Non più un approccio predatorio, ma di un ecosistema misto in cui la cooperazione allo sviluppo fa da “fertilizzante” e da acceleratore per gli investimenti privati italiani in Africa. Questa linea è emersa chiaramente in occasione del Forum Coopera 2026, gli Stati generali della Cooperazione che si sono tenuti a maggio a Roma.
Un appuntamento che è servito a fotografare un cambio di passo culturale profondo che vede oggi la cooperazione proporsi come un vero e proprio “abilitatore di progetti” in grado di muovere il tessuto locale, creando i presupposti affinché gli investimenti possano effettivamente trovare terreno fertile. Una strategia che unisce diplomazia, finanza e società civile nel disegno del Piano Mattei, lanciando una sfida di modello anche ad altri grandi attori europei come la Francia.
Il cuore di questa nuova alleanza tra imprese e società civile si misura su storie di campo molto concrete.
Ne cito una che a mio parere è un vero e proprio caso di scuola: il recente accordo in Kenya tra l’associazione che aggrega i costruttori italiani di tecnologie per calzature, pelletteria e conceria Assomac e l’Associazione degli industriali keniani (Cam), supportato da Sace, per il trasferimento tecnologico della filiera del cuoio. Si tratta di un progetto dalle enormi potenzialità, il cui successo dipenderà anche dalla capacità di valorizzare la qualità della materia prima fin dall’origine. In questo contesto, le organizzazioni della società civile, profondamente radicate nel tessuto pastoralista del Paese, possono svolgere un ruolo determinante nel favorire l’adozione di buone pratiche di allevamento, nella tutela della salute del bestiame e nel miglioramento degli standard qualitativi del pellame.
Attraverso attività di formazione, assistenza tecnica e sistemi di monitoraggio degli animali, le organizzazioni della società civile possono accompagnare gli allevatori verso modelli più sostenibili e produttivi, intervenendo su aspetti fondamentali quali la nutrizione, la prevenzione delle malattie, la cura degli animali e il loro benessere. Un bestiame sano produce infatti pelli di qualità superiore e non è un caso che le analisi di settore attribuiscano alla materia prima fino al 70-80% della qualità finale del pellame.
È proprio qui che industria e cooperazione trovano il loro punto di incontro più efficace: il trasferimento tecnologico può generare risultati duraturi solo quando è accompagnato da un lavoro capillare sul territorio, capace di coinvolgere direttamente allevatori e comunità locali. In questo senso, la cooperazione non rappresenta un complemento al progetto industriale, ma uno dei suoi principali fattori di successo.
Si tratta di un radicale e consapevole superamento delle vecchie logiche asimmetriche del passato. Lo stesso settore privato ha ormai compreso che l’approccio predatorio è destinato a fallire e che, per evitare l’ostilità delle comunità locali e non scivolare in forme di neocolonialismo, la ricchezza deve essere in parte reinvestita nel territorio, in una logica di reciproca soddisfazione. Una visione sistemica che si riflette anche nel posizionamento geopolitico italiano nel contesto europeo.
Mentre la Francia del presidente Macron cerca di recuperare terreno in aree non francofone mobilitando massicci investimenti bilaterali – come i 23 miliardi di euro annunciati recentemente proprio in Kenya – il modello italiano punta su una leva diversa dal solo denaro. I soldi non sono l’unica leva, oramai si sta percependo anche in Africa che a funzionare è l’ecosistema, formato dal denaro ma anche dalle imprese, dalla diplomazia e dalla sensibilità verso il territorio. Di questo sistema le organizzazioni della società civile sono l’inizio delle radici di un grande albero che non vanno mai trascurate, anzi devono rimanere parte integrante.
Questa rubrica è apparsa sul numero di giugno-luglio 2026 di Africa e Affari, disponibile per l’acquisto qui in formato cartaceo e qui in formato digitale.






