di: Ernesto Sii | 12 Giugno 2026
I progetti di infrastrutture integrate come leva della transizione energetica africana sono stati al centro del primo panel della seconda giornata della conferenza dell’International Network on African Energy Transition (Inaet), ad Abidjan il 12 giugno. Il discorso introduttivo è stato affidato all’ambasciatrice d’Italia in Costa d’Avorio, Roberta Di Lecce; sono intervenuti la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), Cassa depositi e prestiti (Cdp), la Columbia University e la Delft University of Technology, sotto la moderazione di Maddalena Procopio, dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr).
Di Lecce ha descritto l’infrastruttura integrata come un fattore abilitante per la crescita e per la distribuzione uniforme dei servizi di base, citando l’esperienza dell’Unione europea come processo di integrazione costruito anche attraverso le infrastrutture. Ha collocato l’impegno italiano nel quadro del Global Gateway, la strategia europea lanciata nel 2021 per mobilitare investimenti pubblici e privati, che punta a 400 miliardi di euro entro il 2027, di cui 150 destinati all’Africa, e nella sinergia con il Piano Mattei, la strategia italiana per il continente. Ha richiamato il principio della titolarità reciproca dei progetti e l’attenzione a non generare nuove dipendenze.
L’ambasciatrice ha indicato la Costa d’Avorio come esempio di Paese candidato a diventare polo regionale, in relazione al pool elettrico dell’Africa occidentale e alla logistica, citando il forum economico regionale tenuto ad Abidjan a fine marzo sui corridoi dell’Africa occidentale. Ha definito il corridoio un’infrastruttura multidimensionale, che integra trasporti, energia, dati e logistica, e ha individuato nel vantaggio competitivo di Italia ed Europa l’esperienza nella regolazione transnazionale, nell’armonizzazione degli standard e nel coordinamento delle amministrazioni tecniche.
Il docente di economia della Delft University of Technology, Gideon Ndubuisi, ha messo in guardia dal vedere la transizione energetica come un semplice cambio tecnologico. Si tratta, ha sostenuto, di una trasformazione strutturale e sistemica, che riguarda anche la governance, le istituzioni e l'”infrastruttura immateriale”. Ha indicato come ostacolo la frammentazione delle politiche e delle istituzioni, con politiche energetiche, industriali e digitali che procedono separatamente, e ha osservato che il sistema energetico africano non passa da un equilibrio stabile a un altro, ma parte da un assetto già frammentato: in Kenya, ha esemplificato, accanto alla rete nazionale convive una larga quota di utenze solari fuori rete, in Nigeria una diffusa generazione a gasolio.
Il responsabile per la Costa d’Avorio della Bers, Asari Efiong, ha illustrato l’avvio dell’operatività della banca nell’Africa subsahariana, con cinque uffici tra Costa d’Avorio, Senegal, Guinea, Nigeria e Kenya, circa 90 collaboratori e oltre 200 milioni di euro investiti nei primi nove mesi, tra cui le prime operazioni in Costa d’Avorio nel settore privato e in quello minerario. Ha ricordato la natura multilaterale dell’istituto e la quota di circa l’80% di attività nel settore privato, presentando l’iniziativa per l’industrializzazione verde, siglata al recente vertice di Nairobi, e la collaborazione con il segretariato della Zona di libero scambio continentale africana (AfCFTA), ad Accra, per ridurre la frammentazione attraverso cluster industriali e politiche regionali.
Sul rapporto tra sovranità e integrazione è intervenuto Andrew Kamau, non-resident fellow della Columbia University, secondo cui integrazione economica profonda, sicurezza economica nazionale e rivalità geopolitica difficilmente coesistono. Ha citato le rivalità regionali sulla titolarità del ruolo di hub e l’esempio di un confronto ministeriale sul nucleare in cui ogni Paese puntava a un proprio impianto da un gigawatt per sfiducia verso i vicini. Ha ricordato il caso della Kenya Pipeline Company, quotata in borsa e partecipata dall’Uganda, e ha sostenuto che il superamento del deficit di fiducia passa da regole chiare sulle infrastrutture transfrontaliere e da meccanismi di applicazione, sul modello dell’esperienza europea.
Il responsabile dell’ufficio di rappresentanza di Cassa depositi e prestiti ad Abidjan, Riccardo Rossi Van Lamsweerde, ha descritto il rafforzamento del ruolo di Cdp come istituzione finanziaria per lo sviluppo, con l’apertura di cinque uffici di rappresentanza all’estero, quattro dei quali in Africa. Ha riferito che negli ultimi cinque-sei anni la Cassa ha impiegato circa cinque miliardi di euro nei Paesi destinatari di aiuto pubblico, metà dei quali nel continente e per il 60% in energia e infrastrutture, preferendo investire insieme a partner multilaterali.
Tra le criticità ha indicato la tendenza a privilegiare progetti più piccoli e meno rischiosi ma a minore impatto, e una percezione del rischio non allineata alla realtà operativa, oltre al disallineamento tra i rendimenti attesi dagli investitori privati e la sostenibilità di lungo periodo delle grandi opere pubbliche.
Sul perché molti grandi progetti integrati faticano a raggiungere la chiusura finanziaria, dal panel è emerso che il nodo principale è la struttura del progetto. È stato citato il caso del cavo sottomarino tra Italia e Tunisia, prima interconnessione elettrica tra Nord Africa e Unione europea, giunto a finanziamento grazie all’allineamento tra Tunisia e Ue, a un contributo europeo, alla partecipazione di Banca mondiale e della Bers e a un lungo lavoro di riforma del settore e del gestore di rete tunisino.
Per gli operatori italiani interessati ai mercati africani, il panel ha messo a fuoco l’architettura di finanziamento di matrice italiana ed europea, dal Piano Mattei al Global Gateway, con il presidio crescente di Cdp ed Ebrd in Africa occidentale e la Costa d’Avorio nel ruolo di hub regionale. Il punto di attenzione resta la strutturazione dei progetti e la percezione del rischio, indicate come le principali condizioni per portare a finanziamento le grandi opere integrate.
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