Africa: Inaet, catene del valore vogliono competenze ed energia

di: Ernesto Sii | 12 Giugno 2026

La creazione di valore aggiunto locale in Africa dipende prima di tutto dalle competenze, dalle istituzioni e dalla disponibilità di energia, più che dalle sole risorse: è il filo conduttore del panel “Fulfilling Africa’s pledge: promoting local value addition” della conferenza dell’International Network on African Energy Transition (Inaet), riunito ad Abidjan l’11 giugno. Sono intervenuti la African School of Regulation (Asr), lo studio legale Gowling Wlg, il Critical Minerals Africa Group, UN-Habitat e l’African Centre for Technology Studies, sotto la moderazione di Elvis Avenyo, dell’Università di Johannesburg.

Il discorso introduttivo è stato affidato ad Abdulkadir Shettima, direttore esecutivo della African School of Regulation. Secondo Shettima la maggiore opportunità del continente non è solo nel sottosuolo, ma nelle persone e nelle istituzioni: gran parte dei ricavi generati dalla transizione energetica globale viene ancora catturata fuori dall’Africa, che partecipa soprattutto alla fase estrattiva, mentre le attività a più alto valore aggiunto, dalla tecnologia all’innovazione, restano altrove. Il valore aggiunto locale, ha sostenuto, non è solo manifattura, ma ingegneria, sviluppo di progetti, disegno dei mercati, regolazione, finanza e ricerca.

Shettima ha collegato il tema alla qualità delle istituzioni, che generano prevedibilità e fiducia degli investitori, e ha indicato il costo delle istituzioni deboli in miliardi di dollari spesi ogni anno in sussidi e salvataggi delle utility. Sull’accesso all’elettricità ha osservato che iniziative come Mission 300 non possono limitarsi a collegare le famiglie, ma devono puntare all’uso produttivo dell’energia. Ha rilevato il ritardo del continente nelle infrastrutture di trasmissione, affermando che il solo investimento privato del Brasile in linee di trasmissione supera quello dell’intera Africa, e ha riferito di un lavoro con l’International Finance Corporation su modelli di progetti di trasmissione a finanziamento privato. “Le infrastrutture si possono importare, ma le competenze vanno sviluppate”, ha dichiarato.

Il direttore della Asr ha quindi descritto un “paradosso della formazione”: progetti di assistenza tecnica che producono modelli e manuali, ma i cui effetti si rivelano fragili negli anni successivi. Ha citato la riforma del settore elettrico in Nigeria, dove architetture di mercato adottate senza sufficiente adattamento alle realtà locali avrebbero generato problemi a distanza di oltre dieci anni. La Asr, ha spiegato, lavora su tre lacune: carenza di professionisti della regolazione, quadri normativi deboli o superati e una produzione di conoscenza ancora largamente esterna al continente.

Sulla prospettiva degli investitori è intervenuto Daniel Driscoll, responsabile per l’Africa dello studio legale Gowling WLG, che ha invitato a superare l’impostazione conflittuale del dibattito su contenuto locale e sovranità sulle risorse. A titolo di esempio storico ha ricordato il modello di partenariato all’origine di Eni: secondo la sua ricostruzione, nel dopoguerra Enrico Mattei, di fronte al controllo del greggio da parte delle grandi compagnie statunitensi, propose ai Paesi produttori un’intesa in cui l’azienda si assumeva i rischi di esplorazione e, recuperato l’investimento, divideva i proventi, schema poi diffuso in Africa.

Driscoll ha applicato la stessa logica ai minerali critici, la cui capacità di raffinazione è oggi concentrata in Cina, sostenendo che la trasformazione locale richiede tempo e cooperazione internazionale, perché non vi è lavorazione senza energia.

Driscoll ha messo a confronto approcci nazionali diversi. Ha citato Burkina Faso e Mali, dove la rinegoziazione dei permessi minerari e tattiche aggressive avrebbero raffreddato gli investimenti, ricordando che tra il 2015 e il 2022 in Burkina Faso erano entrate in produzione sei nuove miniere mentre ora i nuovi progetti si sarebbero fermati. Ha contrapposto Costa d’Avorio e Guinea, con diversi progetti auriferi in avvio e il giacimento di Simandou in Guinea entrato in produzione a settembre. “Avere il 100% di nulla non vale quanto avere il 50% di qualcosa che produce”, ha affermato.

Tra le criticità ha indicato i quadri normativi di matrice coloniale e la moltiplicazione delle joint venture richieste Paese per Paese, che scoraggiano gli investitori, e ha richiamato il ruolo di iniziative come quelle di Afreximbank per ridurre gli attriti valutari nel commercio intra-africano.

La fondatrice e amministratrice delegata del Critical Minerals Africa Group, Veronica Bolton Smith, ha articolato il valore aggiunto in cinque punti. Il primo è la sequenza: senza energia di base affidabile, infrastrutture e acqua non c’è trasformazione. Ha citato la Guinea, dove produrre una tonnellata di alluminio primario richiederebbe tra 13 mila e 15 mila chilowatt di potenza continua, a fronte di una rete nazionale di circa 650 megawatt. “Non vedremo mai l’industrializzazione parlando di lanterne solari”, ha dichiarato, invitando a usare anche le risorse naturali per garantire capacità di base.

Bolton Smith ha poi proposto di ridefinire il concetto di criticità: gli elenchi di minerali critici, ha osservato, riflettono le priorità delle economie occidentali, mentre per l’Africa sarebbe critico ciò che serve a industrializzarsi, come la potassa per i fertilizzanti, alla luce delle dipendenze emerse con shock come la pandemia. Ha citato il caso del Ghana, passato da nessun produttore di automobili a 17 in quattro anni, con politiche disegnate sulle esigenze degli investitori. Ha sollecitato un approccio regionale, esprimendo delusione per i progressi della Zona di libero scambio continentale africana (AfCFTA), e ha indicato nei corridoi di trasporto la priorità.

Sul corridoio di Lobito, Bolton Smith ha segnalato che circa 40 chilometri di tracciato sarebbero contesi sul lato della Repubblica Democratica del Congo e che l’80% degli asset minerari lungo il corridoio sarebbe di proprietà cinese, con una direttiva di Pechino a privilegiare la ferrovia Tazara, tra Tanzania e Zambia: una circostanza che, ha avvertito, metterebbe a rischio anche i fondi investiti dal governo italiano e da altri attori. Ha inoltre lamentato il ritardo negli investimenti in formazione, citando una sola scuola mineraria in Africa a fronte di un’offerta molto più ampia in altri Paesi, e ha indicato in 400 miliardi di dollari il capitale interno non utilizzato che potrebbe essere mobilitato attraverso fondi pensione e fondi sovrani.

Il responsabile delle soluzioni energetiche urbane di UN-Habitat, Vincent Kitio, ha posto al centro il divario energetico. Ha riferito che il consumo pro capite africano è circa un decimo di quello cinese, con una media di 350 chilowattora l’anno, e che ad Abidjan il 60% della popolazione vive in insediamenti informali, con energia sufficiente solo per illuminazione e comunicazione.

Senza energia affidabile, ha sostenuto, le città restano consumatrici e non motori di industrializzazione, e si alimenta l’emigrazione delle competenze. Ha citato come esempi positivi l’assemblaggio locale di motociclette elettriche in Kenya, la diga Grand Renaissance in Etiopia, con circa cinque gigawatt di capacità, e l’integrazione tra pianificazione urbana ed energie rinnovabili in Marocco. Ha infine ricordato un deficit abitativo di 160 milioni di unità, destinato a salire a 260 milioni in cinque anni in assenza di interventi, da affrontare legando urbanizzazione e industrializzazione.

La direttrice ricerca e innovazione dell’African Centre for Technology Studies, Anne Kingiri, ha proposto di spostare l’attenzione dalle capacità tecnologiche alle capacità di innovazione, comprensive anche delle competenze non tecnologiche. Citando una propria ricerca su Uganda, Malawi, Kenya e Sudafrica, ha rilevato che oltre l’80% degli operatori del settore energetico sono microimprese, in larga parte giovani e donne, collocati ai livelli più bassi delle catene del valore. Costruire competenze, ha sostenuto, deve partire da questi attori informali e tenere conto delle dinamiche di genere, evitando di generalizzare catene del valore diverse, dai minerali al solare alla cottura pulita, e ripensando i sistemi di formazione oltre le sole materie tecnico-scientifiche.

Nella sessione di domande, un partecipante ha chiesto perché il continente non sia ancora riuscito a colmare il divario di capacità e come passare dalle strategie regionali, spesso rimaste sulla carta, alla loro attuazione, in un contesto in cui l’Africa “non detta le regole” dell’economia politica globale. Shettima ha risposto che molte soluzioni sono guidate dall’esterno, da partner di sviluppo con interessi e priorità non sempre allineati a quelli dei Paesi, e ha indicato nella formazione dei decisori e dei regolatori la via principale, citando il caso di 42 produttori locali di contatori elettrici nati in Nigeria grazie a regole mirate.

Bolton Smith ha insistito sul commercio intra-africano e sul finanziamento interno della ricerca, Driscoll sull’abbattimento delle barriere normative e valutarie, Kitio sull’energia come fattore limitante e Kingiri sull’attuazione dei requisiti di contenuto locale e sulla riforma dei sistemi educativi.

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