di: Gianfranco Belgrano | 30 Maggio 2026
Qualche anno fa, a bordo di un aereo, mi ero infilato nel mezzo di un temporale e il mio vicino di seduta cercò parole di conforto da me mentre più di uno scossone metteva onestamente qualche pensiero. Adesso, pur in situazione diversa, cerco un vicino di seduta che dia a me qualche parola di conforto, ma fatico a trovarlo. Il banco di nubi che stiamo attraversando e che abbiamo visto avvicinarsi chiaramente all’orizzonte sembra un passaggio verso una nuova dimensione più che una temporanea perturbazione. Voglio dire che, leggendo analisi e commenti, pare proprio che il mondo che verrà, qualunque esso sia, sarà tutt’altra cosa rispetto a quello che abbiamo lasciato.
Spostando il binocolo dal Medio Oriente all’Africa, mi chiedo come una perturbazione che al momento sembra riguardare l’Africa soltanto marginalmente, possa influire sul continente. Magari se quanto sta avvenendo possa aprire prospettive diverse. Cosa c’è per ora di certo? Cosa dobbiamo aspettarci? Su cosa dobbiamo puntare e, dal punto di vista imprenditoriale, come possono le aziende far sopravvivere i propri affari in un periodo in cui le certezze hanno lasciato spazio a dubbi profondi e risentono delle tirate di giacca di grandi e meno grandi potenze? Si tratta, lo sappiamo, di pronostici difficili da fare, però alcune questioni stanno emergendo e dovrebbero rappresentare una bella sveglia per tutti.
Intanto, c’è quella sull’energia. Come ci hanno insegnato il conflitto in Ucraina prima e il conflitto in Iran adesso, l’energia è un asset che richiede risposte immediate e strategie di resilienza. Queste strategie oggi rimandano alle rinnovabili, al nucleare, all’idrogeno verde: per un Paese come l’Italia, privo di grandi risorse naturali e ricco di imprese e industria, il tema energetico deve restare in primo piano e ha bisogno di iniziative strutturali.
La seconda questione è legata alla nostra posizione geografica e alla nostra storia. L’Italia fa parte dell’Europa, è uno dei Paesi che hanno fondato l’Unione Eruopea e non può pensare a un futuro al di fuori di essa. Togliamo ogni dubbio su questo e se si ritiene necessaria un’Europa diversa, riformata, si lavori in questo senso in maniera costruttiva. Non con l’obiettivo di distruggere un’entità che ha consentito di ricucire una regione che veniva fuori dal secondo conflitto mondiale lacera e divisa.
Terzo punto: i mercati. I dazi e i conflitti stanno mettendo a dura prova la nostra economia, che non è un’economia di guerra, ma è un’economia di apertura all’estero. L’Africa, proprio a sud dell’Italia, sappiamo che ha i numeri per crescere e sappiamo che ha spazi e desideri per una cooperazione che sia di reciproco vantaggio. L’Italia negli ultimi 15 anni ha progressivamente accorciato le distanze con il continente africano, sta spingendo per rafforzare le sue partnership, ma il Piano Mattei da solo non basta. Occorre cambiare nel profondo alcune dinamiche che rendono zoppo lo stesso Piano. La concessione dei visti agli imprenditori africani deve seguire corridoi preferenziali e non posso credere che queste dinamiche siano legate alle limitazioni dell’Area Schengen, perché in altri Paesi europei gli accessi vengono regolati con maggiore elasticità. Se vogliamo davvero aprirci all’Africa, dobbiamo far sì che si passi dalle parole ai fatti, far sì che i flussi di accesso per chi fa impresa siano più liberi in un senso e nell’altro.





