Oltre il dono: a Coopera 2026 le nuove rotte della finanza allo sviluppo

di: Michele Vollaro | 27 Maggio 2026

Istituzioni, finanza mista, imprese e organizzazioni della società civile a confronto a Roma. Dal paradosso dei capitali inespressi alla sfida demografica, fino all’uso dell’intelligenza artificiale per accelerare i progetti nel continente africano.

Il capitale pubblico, da solo, non può più reggere l’urto delle crisi globali né colmare i bisogni strutturali di un continente in piena transizione economica. Da questa consapevolezza rigorosa e pragmatica prendono le mosse i lavori di Coopera 2026, la Conferenza nazionale della cooperazione allo sviluppo che riunisce a Roma, ieri e oggi 27 maggio, per la sua terza edizione l’intero Sistema Italia per ridisegnare l’architettura degli aiuti internazionali, con un focus prioritario sulle sinergie finanziarie e sugli investimenti privati nel quadro del Piano Mattei.

L’evento si sviluppa lungo un programma articolato che tocca nodi cruciali come la lotta al lavoro minorile nelle filiere agricole della Costa d’Avorio e il ruolo strategico delle diaspore. Tra le sessioni della prima giornata hanno trovato spazio sia il confronto promosso dai gruppi di lavoro del Consiglio nazionale, volto a valorizzare le pratiche di adattamento nate all’interno della legge 125, sia il dibattito per i dieci anni di attività dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics).

Quest’ultimo focus, incentrato sul ruolo delle agenzie europee attraverso strumenti come il Global Gateway e il Team Europe, ha offerto una sponda operativa fondamentale al panel della mattina, interamente dedicato alla finanza innovativa e alla necessità di sbloccare i capitali privati per lo sviluppo.

La linea della Farnesina: la visione politica e il ruolo di guida

A tracciare l’indirizzo strategico e istituzionale della conferenza è stato l’intervento del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani, alla guida del ministero che unisce diplomazia, aiuti e commercio estero, il Maeci. Nell’intervista di apertura della sessione inaugurale intitolata “Fare squadra INSIEME”, condotta dalla giornalista Rai Giorgia Cardinaletti, il titolare della Farnesina ha definito la cooperazione allo sviluppo come “l’immagine dell’Italia nel mondo”, rifiutando qualsiasi logica egemonica o neocoloniale a favore di un approccio paritario. Tajani ha presentato l’intero comparto come una “grande famiglia” capace di unire istituzioni, militari, imprese, università e organizzazioni della società civile (Osc).

“Dovunque andiamo, in Africa come in Medio Oriente, c’è grande voglia di Italia perché abbiamo la capacità di immedesimarci nelle realtà in cui operiamo”, ha affermato il ministro, ricordando l’impegno economico e umano sia sul fronte sanitario – con gli investimenti significativi in Gavi, l’alleanza globale per i vaccini, volti a elevare l’aspettativa di vita dei bambini africani – sia nella gestione delle emergenze e delle guerre dimenticate, dal Sud Sudan agli aiuti alimentari sbloccati per la popolazione di Gaza attraverso l’iniziativa “Food for Gaza”.

Questo modello si riflette direttamente nella presidenza della cabina di regia del Piano Mattei, concepito non come un piano assistenziale ma come una strategia di trasferimento del “saper fare” italiano. Tajani ha citato a titolo di esempio le ricerche avviate dall’Università Federico II di Napoli per lo sviluppo di tecnologie agricole e sementi resistenti alla siccità, i progetti industriali di trasformazione locale nella filiera del caffè e l’importanza della formazione professionale e linguistica sul campo, come avviene a Dakar per i lavoratori africani.

L’obiettivo strategico di questo sistema integrato – che include anche le borse di studio nate durante il G7 di Pescara con l’Università del Foro Italico per i manager dello sport africani e l’apporto storico dell’Università per Stranieri di Perugia – è la tutela del “diritto a non emigrare”. Garantire ai giovani la possibilità di scegliere di rimanere e lavorare dignitosamente nella propria terra d’origine rappresenta, sostiene il ministro, il fulcro etico di una cooperazione moderna ed equa.

In piena sinergia con questa linea di vertice, nella sessione mattutina il viceministro Edmondo Cirielli ha delineato la rotta operativa per l’attuazione dei piani governativi, spiegando come la cooperazione internazionale sia ormai divenuta una parte integrante e centrale della proiezione geopolitica dell’Italia. Cirielli ha ricordato come, grazie a una gestione efficiente, l’amministrazione sia riuscita a impegnare il 100% delle risorse disponibili, circa un miliardo di euro, azzerando gli arretrati e quasi raddoppiando i fondi destinati alle Osc.

Questo sforzo si inserisce nella filosofia del Piano Mattei per aiutare i Paesi africani a conquistare una reale sovranità interna, costruendo mercati e relazioni paritarie di tipo win-win che l’Italia ha portato con successo anche all’attenzione dell’Unione Europea all’interno del Global Gateway e nei tavoli strategici del G7.

Il paradosso della finanza e il de-risking di Cdp e Mef

La centralità del settore privato come partner trasformativo risponde a un preciso deficit macroeconomico globale illustrato dai numeri emersi nel corso della conferenza. Per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs) mancano all’appello circa 4.000 miliardi di dollari ogni anno, a fronte di un aiuto pubblico mondiale che si ferma ad appena 178 miliardi. Il vero paradosso risiede nel fatto che la ricchezza globale ammonta a 460.000 miliardi di dollari e ben il 20% di questa liquidità risiede nei Paesi in via di sviluppo.

I capitali privati tuttavia non si muovono a causa di ostacoli strutturali radicati. Di fronte a questo scenario, il privato non può più essere considerato un mero fornitore di fondi, ma deve integrarsi in un’azione corale dove lo Stato agisce da facilitatore e i Paesi partner mantengono il ruolo di capi spedizione.

L’operatività di questa strategia poggia sulle leve finanziarie gestite da Cassa depositi e prestiti (Cdp) e dal ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef). Giulio Dal Magro, responsabile finanziamenti per lo sviluppo di Cdp, ha illustrato come l’istituto funzioni oggi come una vera e propria piattaforma per il blending, coordinando l’impiego del Fondo italiano per il clima. Quest’ultimo dispone di una dotazione di quattro miliardi di euro, di cui due miliardi sono già stati deliberati per sostenere le opere del Piano Mattei in Africa, a cui si affianca la leva del Fondo rotativo.

Per superare la diffidenza degli investitori di fronte ai rischi politici e di cambio, interviene poi la componente di de-risking definita dal ministero: come evidenziato da Laura Palma, dirigente del Mef, lo Stato ha messo a disposizione per l’anno in corso 400 milioni di euro in strumenti di garanzia, un paracadute essenziale per permettere alle imprese di investire in sicurezza e alle banche locali di finanziare le piccole e medie imprese (Pmi) sul territorio.

La sfida demografica e l’approccio di piattaforma

La necessità di una finanza innovativa è resa drammatica dall’evoluzione demografica delle aree in via di sviluppo. Nel prossimo decennio 1,2 miliardi di giovani entreranno in età lavorativa in queste geografie, ma l’economia attuale offrirà soltanto 400 milioni di impieghi dignitosi, rischiando di lasciare 800 milioni di persone senza prospettive. Per contrastare la frammentazione degli interventi, la Banca mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) stanno promuovendo un approccio di piattaforma coordinato. E l’Italia si sta posizionando come leader globale in questo cambio di paradigma, che punta ad accompagnare i progetti verso la bancabilità economica piuttosto che limitarsi all’assistenza diretta, abbattendo così le condizioni abilitanti della povertà attraverso la crescita strutturale.

Co-generare valore: sinergie industriali sul campo

La messa a terra dei progetti richiede infine una profonda convergenza tra imprese e organizzazioni della società civile, fondata su competenze, innovazione e sostenibilità. L’efficacia di questa sinergia trova un esempio concreto nei progetti avviati da Save the Children con il gruppo Ferrero nella filiera del cacao in Costa d’Avorio, dove la sostenibilità e la tutela delle comunità produttrici sono divenute parte integrale della strategia industriale di lungo periodo dell’azienda.

Si tratta di un pragmatismo condiviso dal mondo confindustriale, che esorta le imprese a viaggiare fuori dalle zone di bonaccia per favorire lo sviluppo industriale locale tramite programmi pluriennali di formazione professionale, volti a strutturare le filiere e renderle economicamente sostenibili. Sotto il profilo strettamente industriale, l’esportazione di queste competenze d’eccellenza deve guardare oltre la fase di cantiere. Grandi player del settore dei servizi pubblici come Acea sottolineano come la vera sfida non sia solo erigere le infrastrutture idriche ed elettriche, ma garantirne la sostenibilità della gestione e della manutenzione lungo l’intero ciclo di vita dell’opera.

Il modello europeo e i dieci anni di Aics: oltre la frammentazione

Questo sforzo di coesione interna trova una sponda naturale nella dimensione comunitaria, sviscerata durante il panel dedicato ai dieci anni di attività dell’Aics. Il direttore dell’agenzia italiana, Marco Riccardo Rusconi, ha evidenziato come il valore fondamentale del Piano Mattei risieda proprio nell’aver imposto una cabina di regia unica, sotto la guida della presidenza del Consiglio, costringendo una pluralità di attori tradizionalmente frammentati – ministeri, regioni, comuni, università, aziende e organizzazioni non governative – a muoversi in modo sinergico. Questa ritrovata coerenza si traduce sul campo in grandi missioni di sistema che portano contemporaneamente sul terreno decine di specialisti e partner di conoscenza.

Il cambio di passo italiano è stato accolto con favore dalle altre agenzie europee, che guardano a Roma come a un partner d’elezione in un’epoca di profonde transizioni geopolitiche. Se Jérémie Pellet, a capo di Expertise France, ha riconosciuto la solida maturità operativa e l’identità strutturata dall’Aics nell’ultimo decennio, Jean Van Wetter, direttore generale della belga Enabel, ha espresso un plauso esplicito all’Italia, sottolineando come sia uno dei pochissimi Paesi in Europa ad aver aumentato gli stanziamenti per la cooperazione internazionale a fronte di diffusi tagli legati alle spese per la difesa.

Di fronte a scenari demografici globali in forte sbilanciamento, Van Wetter ha ribadito che nessuna nazione può agire da sola: le agenzie devono evolvere da semplici gestori di fondi a veri e propri abilitatori di un ecosistema bilanciato, un triangolo perfetto in cui governi, imprese e società civile collaborano su un piano di assoluta parità per massimizzare l’impatto del Global Gateway.

La trasformazione delle agenzie in connettori strategici è stata rilanciata anche da Antón Leis García, alla guida dell’Agenzia spagnola per la cooperazione internazionale allo sviluppo (Aecid), che ha spiegato come la cooperazione pubblica debba fare leva sul settore privato non solo per la disponibilità di capitali, ma per mobilitare innovazione e competenze, orientandole verso strumenti innovativi come i green bond per la transizione ecologica nei Paesi partner. Una prospettiva di lungo termine che per Florbela Paraíba, a capo dell’istituto portoghese Camões, passa dalla costruzione di quadri normativi stabili e credibili sul territorio, capaci di attrarre investimenti durevoli fungendo da ponte tra i diversi mercati regionali.

La necessità di unire le forze a livello europeo trova d’altronde una sponda ideale nella co-presidenza italo-tedesca all’interno delle reti di settore, richiamata da Ina Hommers, alla guida della Società tedesca per la cooperazione internazionale (Giz), fondamentale per esportare un modello basato sulle relazioni di fiducia e sul rafforzamento delle capacità locali, preparando il terreno per gli investimenti delle banche di sviluppo e delle imprese.

Come dimostrato dall’esperienza ravvicinata di Dominique Stillhart, direttore umanitario della Direzione dello sviluppo e della cooperazione svizzera (Sdc), l’efficacia dei finanziamenti pubblici si misura proprio nella capacità di fare de-risking sistematico sul campo: ne è un esempio il Water Access Acceleration Fund, un’iniziativa di finanza mista in cui la Sdc ha investito cinque milioni di euro per assorbire i rischi legati ai tassi di cambio, consentendo ai capitali privati di intervenire in contesti fragili per garantire servizi essenziali a milioni di persone.

Questa evoluzione, stimolata anche da figure storiche della governance europee come Stefano Manservisi, ex direttore generale della Commissione Europea, delinea i tratti di una “autonomia cooperativa” e di un “federalismo pragmatico” incarnato dallo spirito del Team Europe, dove lo sviluppo non si impone con la forza ma si co-decide con il Sud globale.

Diritti umani e intelligenza artificiale: le regole del futuro

A chiusura del confronto, i relatori hanno evocato i paletti etici e le soluzioni tecnologiche per il futuro della cooperazione. Dal mondo dell’advocacy e del non profit, con l’intervento di WeWorld, è arrivato un richiamo fermo: il profitto e lo sviluppo possono convivere solo ponendo il rispetto dei diritti umani e ambientali come criteri stringenti per l’accesso ai finanziamenti pubblici. È in questa matrice valoriale che risiede il vantaggio competitivo della via italiana ed europea, capace di innescare una crescita democratica, diffusa ed endogena, differenziandosi dai modelli estrattivi di altri player globali.

Resta tuttavia da risolvere il nodo dei tempi d’esecuzione, oggi spaventosamente lenti e compresi in media tra due e quattro anni. Per superare questa paralisi burocratica e dare risposte immediate alle comunità sul territorio, la cooperazione del futuro deve aprirsi all’adozione coraggiosa di strumenti di intelligenza artificiale per velocizzare la selezione delle idee e l’attuazione dei progetti, chiudendo così il cerchio di un sistema moderno, rapido ed equo.

Le sfide in corso nella seconda giornata

I lavori di Coopera 2026 proseguono nella giornata di oggi, mercoledì, allargando l’orizzonte del confronto verso la centralità del capitale umano e la valutazione internazionale delle nostre strategie. Le sessioni mattutine mettono infatti al centro il binomio inscindibile tra educazione, conoscenza e sviluppo, approfondendo la necessità di collegare formazione, ricerca e innovazione industriale per creare occupazione qualificata nel continente. Un dibattito che vedrà la partecipazione di figure istituzionali chiave, tra cui il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, e la sottosegretaria all’Istruzione e al merito, Paola Frassinetti.

Di particolare rilievo geopolitico è inoltre la presentazione della revisione tra pari della cooperazione allo sviluppo dell’Italia da parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Comitato di assistenza allo sviluppo (Ocse-Dac), un momento di valutazione internazionale cruciale per misurare l’impatto, la coerenza e l’efficacia delle riforme del comparto italiano.

Nel pomeriggio, i riflettori si sposteranno all’Auditorium della Conciliazione per la sessione plenaria conclusiva, interamente focalizzata sul contributo concreto della cooperazione italiana al Piano Mattei. Il tavolo di confronto, che vede tra i protagonisti il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ed esponenti di primo piano del sistema produttivo nazionale come Andrea Illy, permetterà di declinare operativamente i pilastri dell’intervento italiano in Africa, a partire dall’agricoltura e dal rafforzamento dei sistemi sanitari locali, tracciando la rotta definitiva per un modello di crescita condiviso, inclusivo e strutturale.

Sarà questo l’atto finale di un’edizione di Coopera nata per dimostrare che le grandi sfide del nostro tempo si vincono abbandonando l’unilateralismo e la logica dell’emergenza, per investire sulla stabilità e sulla lungimiranza di un autentico lavoro di squadra.

© Riproduzione riservata

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