di: Ernesto Sii | 30 Marzo 2026
Il 28 febbraio 2026 ha segnato un’altra tappa nella storia delle relazioni internazionali contemporanee, non solo per il Medio Oriente ma per l’Africa e l’intero equilibrio globale, con riflessi profondi e multidimensionali che non hanno risparmiato neanche il continente africano. L’avvio dell’operazione Epic Fury, condotta congiuntamente dalle forze degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, ha innescato una serie di shock di secondo e terzo ordine che hanno messo a nudo alcune fragilità strutturali delle economie africane e la complessità delle loro reti di sicurezza.
Quello che sembrava essere stato concepito come un intervento mirato alla neutralizzazione delle capacità nucleari e balistiche di Teheran e all’eliminazione della sua leadership, si è rapidamente trasformato in un disordine globale caratterizzato dalla chiusura dei principali corridoi marittimi, da una volatilità estrema dei mercati delle materie prime e da una ridefinizione pragmatica delle alleanze diplomatiche. Per l’Africa questa nuova crisi non rappresenta soltanto un evento geopolitico distante, ma una minaccia alla stabilità sovrana e alla coesione sociale.
Le ripercussioni economiche tra crisi energetica e logistica
La conseguenza più immediata dell’attacco è stata la paralisi del traffico petrolifero e di gas naturale attraverso lo stretto di Hormuz. Con il transito di circa il 20% della fornitura globale di greggio e di un quinto del gas naturale liquefatto interrotto dalle ritorsioni iraniane e dalle successive operazioni di blocco, i mercati energetici hanno reagito con un’impennata dei prezzi senza precedenti. Il petrolio Brent, che all’inizio di febbraio scambiava a circa 66 dollari al barile, ha superato la soglia dei 120 dollari in pochi giorni, con proiezioni che ipotizzano picchi di 150 dollari qualora il conflitto dovesse trascinarsi oltre il secondo trimestre dell’anno.

Sebbene il continente vanti giganti petroliferi che estraggono complessivamente circa 7,5 milioni di barili al giorno, la mancanza di una capacità di raffinazione domestica sufficiente trasforma l’aumento dei prezzi del greggio in una zavorra anziché in un volano. Nazioni come Nigeria, Angola e Libia vedono i maggiori ricavi dalle esportazioni di greggio letteralmente cannibalizzati dall’esplosione dei costi per l’importazione di prodotti raffinati come benzina e gasolio.
Oltre l’energia, il conflitto ha colpito la catena di approvvigionamento dei fertilizzanti, pilastro della sopravvivenza africana. Il Medio Oriente è un nodo critico per la produzione di componenti essenziali come lo zolfo, l’ammoniaca e l’urea, e la chiusura dello stretto di Hormuz ha interrotto il flusso di circa un terzo del commercio globale di questi prodotti.
Ma la conseguenze di quanto accaduto nelle ultime settimane, rischiano di pesare sul continente per mesi. La scarsità e il costo proibitivo dei fertilizzanti potrebbero tradursi in raccolti ridotti per la fine del 2026 e l’inizio del 2027 in molte parti dell’Africa subsahariana. Parallelamente, il blocco dei principali chokepoints mediorientali ha forzato una riorganizzazione massiccia dei flussi marittimi mondiali verso la rotta che circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremo sud del continente. Il traffico navale attorno al Sudafrica è aumentato del 112% in pochi giorni, trasformando una deviazione d’emergenza in un nuovo modello operativo.

E se questo può sembrare un risvolto positivo, è bene sottolineare che, i tempi di transito tra Asia ed Europa si sono allungati di 15-20 giorni, aumentando il consumo di carburante e i costi logistici complessivi, il che si traduce in un ulteriore carico inflazionario per le economie africane dipendenti dalle importazioni di beni manufatti.

Le dinamiche di sicurezza e la militarizzazione dei quadranti strategici
Il Corno d’Africa emerge come la regione più esposta ai rischi di sicurezza diretti a causa della sua vicinanza geografica allo Yemen e della dipendenza commerciale dal Mar Rosso.
Gibuti, che ospita la più alta concentrazione di basi militari straniere al mondo, si trova in una posizione paradossale: la sua importanza strategica è aumentata, ma così anche la sua esposizione a ritorsioni asimmetriche. Camp Lemonnier è diventata un centro nevralgico per il monitoraggio delle attività iraniane e degli alleati Houthi, trasformando potenzialmente il territorio gibutino in un fronte di guerra. Le milizie Houthi, dichiarando il loro sostegno incondizionato a Teheran, hanno rinnovato le minacce di un blocco del passaggio di Bab al-Mandab, creando una doppia morsa attorno alla penisola arabica e rendendo il mar Rosso un’area ad altissimo rischio.
In questo contesto, anche la guerra civile in Sudan subisce una mutazione ambivalente. Da un lato l’attenzione diplomatica e le risorse umanitarie sono state drenate verso il Golfo, ma dall’altro l’indebolimento dell’Iran potrebbe ridurre la fornitura di droni alle Forze armate sudanesi, mentre la contrazione economica dei Paesi del Golfo potrebbe limitare il sostegno finanziario alle forze antigovernative delle Forze di Supporto Rapido (Rsf), creando una forzata opportunità di dialogo per mancanza di mezzi.

In Africa occidentale l’impatto ha assunto contorni sociali e religiosi inquietanti. Il Movimento Islamico della Nigeria, storicamente allineato con la rivoluzione iraniana, ha reagito all’uccisione di Ali Khamenei con manifestazioni nelle principali città del nord e nella capitale Abuja. Gli esperti di sicurezza segnalano il rischio che agenti simpatizzanti della causa iraniana possano allinearsi con gruppi terroristici locali per orchestrare attacchi contro obiettivi occidentali o statunitensi. Esiste inoltre il pericolo di un aumento del traffico illecito di armi dall’Iran attraverso le reti del Sahel, destinate a rinvigorire le cellule estremiste operanti nel bacino del lago Ciad e nel nord-ovest della Nigeria.
Diplomazia e nuove alleanze: il “pragmatismo africano”
La risposta diplomatica africana al disordine globale rivela una maturità che ha spinto alcuni analisti a parlare di “pragmatismo africano”. Contrariamente alle aspettative di una condanna unanime, molti governi hanno adottato posizioni calibrate sui propri interessi nazionali e sulla stabilità regionale. Mentre il Sudafrica ha continuato a sollevare argomenti normativi e legali contro l’uso unilaterale della forza, nazioni come Etiopia, Ciad, Ghana e Gambia hanno espresso condanne mirate solo contro le ritorsioni iraniane che hanno colpito gli Stati arabi del Golfo, mantenendo un silenzio strategico sulle operazioni iniziali degli Stati Uniti e di Israele.
Questo equilibrismo è dettato dalla dipendenza dalle rimesse dei lavoratori africani nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) e dalla necessità di preservare le partnership di sicurezza con l’Occidente. Contemporaneamente, trova spazio e pareri positivi (soprattutto sui social) la narrativa dei Brics, che propone un pragmatismo post-egemonico, dove l’attacco a Teheran viene letto come la prova definitiva della decadenza dell’ordine post-1945, accelerando la cristallizzazione di una coscienza collettiva nel Sud Globale e l’interesse per istituzioni finanziarie parallele come la Nuova Banca di Sviluppo.
Impatto sociale e crisi della mobilità umana
Il disordine globale ha avuto ripercussioni tangibili sulla vita quotidiana e sulla mobilità dei cittadini africani. La chiusura degli spazi aerei sopra il Medio Oriente ha interrotto i corridoi di volo vitali che collegano l’Africa all’Asia e all’Europa, costringendo compagnie come Ethiopian Airlines e Kenya Airways a cancellare voli o aumentare i prezzi dei biglietti a causa dei costi del carburante e delle rotte più lunghe.
Sul fronte umanitario l’instabilità nel Golfo sta innescando nuove ondate di sfollamento e riducendo i fondi disponibili per le crisi africane preesistenti in Sudan, Somalia e Sahel. L’inflazione e il debito stanno inoltre spingendo molti giovani africani verso percorsi migratori ancora più pericolosi, vedendo svanire le opportunità di impiego legale nel Golfo a causa della contrazione economica di quelle regioni.
Casi nazionali di particolare rilievo

In Nigeria la raffineria Dangote ha dovuto affrontare costi di input drasticamente più elevati, trasferendo immediatamente l’onere sui consumatori finali e spingendo l’inflazione verso una forchetta stimata tra il 30% e il 35%, esacerbando le tensioni sociali.
In Egitto la perdita di forniture di gas ha costretto il governo a implementare misure di emergenza come la chiusura anticipata delle attività commerciali per ridurre il carico sulla rete elettrica.
Per il Marocco l’evento ha assunto i connotati di una crisi industriale poiché il Gruppo Ocp, leader mondiale nei fosfati, dipende massicciamente dalle importazioni di zolfo provenienti da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.
L’Etiopia, Paese senza sbocco al mare che dipende per il 95% del proprio commercio dai porti di Gibuti, vive una situazione di forte minaccia.
Infine, i porti di Città del Capo, Durban e Port Louis hanno visto un’esplosione della domanda di servizi navali, ma l’improvviso afflusso ha messo a nudo decenni di sotto investimenti infrastrutturali, con tempi di attesa per l’attracco saliti fino a dieci giorni.
Tutti questi elementi confermano che l’Africa non è più un attore marginale ma un nodo sensibile di una rete globale interconnessa, dove la stabilità del Golfo Persico è indissolubilmente legata alla sicurezza alimentare e alla stabilità energetica del continente africano. I prossimi sviluppi in Yemen, potrebbero poi allargare il teatro dal Golfo al Corno.
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