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In memoria del professor Gian Paolo Calchi Novati

Apprendiamo con immenso dispiacere della scomparsa  del professor Gian Paolo Calchi Novati. Punto di riferimento per la comunità degli africanisti italiani e non solo, il professor Calchi Novati è stato tra gli studiosi più attenti delle vicende del continente e le sue lezioni hanno appassionato migliaia di studenti e contribuito alla formazione di tanti giovani che, anche grazie ai suoi insegnamenti, si sono avvicinati all’approfondimento della storia dell’Africa. Sempre pronto a rispondere a una richiesta di intervista, il professor Calchi Novati non si è mai negato neanche negli ultimi mesi, nonostante qualche acciacco recente, a nessuna tavola rotonda né incontro pubblico. E’ pertanto come maestro e come amico, che la redazione di Africa e Affari vuole rivolgergli un pensiero speciale, salutandolo affettuosamente e esprimendo la propria vicinanza ai suoi familiari e ai suoi cari. Ci mancheranno moltissimo, professore, le Sue osservazioni critiche, che tanto spesso fornivano contributi fondamentali al dibattito, all’analisi e alla comprensione dell’Africa, alla quale aveva dedicato la Sua vita di studio e dove si trovava a casa!

 In suo ricordo proponiamo qui di seguito un’intervista da lui concessa ad ‘Africa e Affari’ lo scorso maggio in vista della Conferenza ministeriale Italia-Africa svoltasi il 18 maggio 2016.

“Una rinnovata attenzione dell’Italia nei confronti dell’Africa è evidente, anche se questo interesse mostra una molteplicità di obiettivi politici, strategici ed economici ai quali non è stata ancora data una gerarchia ben precisa”: usa queste parole il professor Gian Paolo Calchi Novati per descrivere l’interesse che il nostro Paese rivolge verso il continente a sud del Mediterraneo. Tra le voci più autorevoli negli studi di africanistica in Italia, nonché ricercatore all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi) di Milano, Calchi Novati si è intrattenuto in una lunga e approfondita conversazione con ‘Africa e Affari’ sviscerando i diversi aspetti della questione sui legami tra Italia e Africa, alla luce anche delle recenti visite nel continente delle più alte cariche istituzionali italiane.

“È un’attenzione obiettiva dal punto delle manifestazioni esterne – dice il professore, che è stato a lungo direttore del dipartimento di Studi politici e sociali all’università di Pavia – e sicuramente le finalità di questa attenzione non devono per forza essere omogenee e concordabili tra loro, ma si sa che in politica si cerca di raggiungere il meglio mettendo insieme magari anche obiettivi o intenzioni non necessariamente compatibili tra loro”.

Calchi Novati ripercorre le tappe di questo progressivo riavvicinamento della politica estera italiana all’Africa, individuando nel periodo in cui alla Farnesina era Emma Bonino quella fase in cui si è cominciato a guardare al continente come potenziale terreno di investimenti rispetto alla tradizionale politica della cooperazione: “L’idea era riuscire ad allargare i mercati italiani, trovando in Africa degli spazi ancora non sfruttati che potessero mettere in luce alcune delle caratteristiche dell’economia italiana, come per esempio i settori della cosiddetta economia verde e delle eccellenze del Made in Italy, ma questo obiettivo non credo sia stato perseguito fino in fondo, anche per motivi di tempo, perché sappiamo che quel governo non ha resistito alle varie pressioni, e non ci sono stati poi dei risultati
fattibili ed evidenti”.

Un risultato che però secondo il professore è rimasto ed è probabilmente tuttora un termine di riferimento per la politica italiana in Africa è stato il rapporto commissionato dal ministero degli Affari esteri all’Ispi. Lo studio indicava la priorità degli aspetti economici rispetto alle priorità tradizionali della cooperazione stabilendo una relazione commerciale e di investimenti che consentisse di valorizzare il più possibile entrambe le parti, per quanto possa essere definito alla pari un rapporto tra uno Stato di dimensioni quali l’Italia e gran parte dei Paesi africani. Un secondo aspetto allora evidenziato era stato la necessità di individuare alcuni Paesi, identificati secondo criteri di potenzialità, dimensioni e stabilità, che potessero offrire garanzie di sufficiente stabilità dal punto di vista della partnership: essi sono Angola, Etiopia, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria, Senegal e Sudafrica e non è un caso, secondo Calchi Novati, che la maggior parte di essi siano
stati poi meta delle visite del presidente del Consiglio Matteo Renzi nel corso dei suoi tre viaggi in Africa subsahariana. “Questa impostazione, come spesso capita in politica, è stata un’iniziativa pionieristica – aggiunge però il professore – i cui obiettivi non direi che siano stati raggiunti fino in fondo”.

Nell’analisi di Calchi Novati, infatti, con l’arrivo di Renzi al governo si è assistito a un mutamento più nettamente qualificabile, in cui l’aspetto economico nei rapporti tra l’Italia e l’Africa nel complesso non era più così prioritario, mentre è emersa una preferenza per quei Paesi che sono i grandi teatri operativi dell’Eni. L’incognita a questo proposito è se un’impresa come l’Eni, o un’altra grande azienda assai attiva in Africa come per esempio la Salini, abbiano realmente un effetto di traino sul resto del Sistema Paese: “l’economia italiana è costituita in larga parte dalla piccola e media imprenditoria, che evidentemente non è strutturata per delle operazioni che sono obiettivamente complicate e prevedono forti investimenti, non solo di capitali, ma anche di risorse umane e di idee”. Secondo Calchi Novati, anche l’idea di promuovere in Africa le relazioni economiche attraverso quelle che sono definite come le eccellenze del Made in Italy rischia di non avere l’effetto propulsivo negli scambi che si potrebbe immaginare perché, dice, “un conto è fare piccola industria utilizzando i mezzi a disposizione per esempio a Mirandola in provincia di Modena e un altro è fare industria in un piccolo paese del Congo, dove esigenze e mezzi non sono necessariamente gli stessi”.

“I viaggi di Renzi in Africa hanno però di fatto confermato l’interesse della politica italiana verso l’Africa – prosegue nella sua disamina il professore – e credo si possa dire che da questo momento il continente africano sia diventato quasi di routine, cioè in Africa si considera ormai abituale una periodica visita di esponenti importanti delle istituzioni italiane”.

A questo punto si è ritenuto che per poter dare una svolta significativa ai rapporti con l’Africa dovesse essere necessario promuovere una di quelle conferenze Paese-
continente, che avrà effettivamente luogo a Roma il 18 maggio. Sull’organizzazione di questo evento, tuttavia, Calchi Novati si chiede se la formula adottata – che prevede la partecipazione di una cinquantina di Paesi, alcuni piccolissimi, a cospetto di una grande potenza occidentale che concentra un’agenda pienissima in un’unica giornata – possa essere in realtà gradita agli stessi Paesi partecipanti: “Il timore è che questo genere di conferenze rischi di essere spezzettato in tanti piccoli favori chiesti o proposti dal grande Paese organizzatore, frantumando così le rivendicazioni e le prospettive di una politica africana”. In effetti, secondo la stessa Unione Africana, il meccanismo più consigliabile in simili occasioni sarebbe quello stabilito dalla cosiddetta ‘Formula di Banjul’, in base alla quale è prevista la partecipazione soltanto di alcuni Paesi che vanno a queste conferenze non in quanto singoli Stati ma perché detentori di un ruolo istituzionale nella gerarchia delle diverse organizzazioni africane, regionali e continentali.

“Si è detto che l’obiettivo principale di questa conferenza è riuscire a ottenere la certezza che molti Paesi africani, se possibile tutti, sostengano la candidatura dell’Italia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – evidenzia Calchi Novati – se così fosse, è una deformazione rispetto a quel punto di partenza che intendeva stabilire un rapporto economico e commerciale basato su un’uguaglianza tra pari per arrivare a un obiettivo politico fortemente caratterizzato in senso nazionale”. Nella sua lettura sullo sviluppo dei rapporti tra Italia e Africa, il professore dell’Ispi pone un accento importante sul fatto che rispetto al passato il continente sia oggi diventato una zona di crisi, spesso alimentate dal jihadismo e dalla lotta contro di esso, che hanno effetti e ripercussioni sul contesto politico internazionale. In particolare è il caso dell’Africa del Nord, nelle zone del Sahara e del Sahel, dove però l’intervento armato portato avanti unilateralmente dalla Francia a partire dal 2013 tramite l’operazione Serval ha reso più complicata la presenza italiana, e del Corno d’Africa che, secondo Calchi Novati, l’Italia interpreta più che altro come un serbatoio di potenziali emigranti.

“Credo che questo andirivieni tra obiettivi politici, obiettivi strategici e obiettivi economici possano anche essere coordinati a seconda dei momenti – conclude Calchi Novati – però, a un’analisi più precisa, si vede come il prevalere dell’uno o dell’altro sia il segno che l’Africa resta ancora più che altro un termine di riferimento per la politica internazionale dell’Italia, del suo sviluppo economico, della sua stabilità o della sicurezza anziché un vero partner che l’Italia ha individuato e di cui rispetta gli obiettivi propri”. [MV]

© Riproduzione riservata

Per approfondire:

Il numero di maggio è dedicato al nuovo approccio dell’Italia all’Africa, intendendo per Africa la regione subsahariana, dal momento che con l’area settentrionale le relazioni sono state da sempre molto più strette. Il nuovo corso si sta sviluppando su quattro livelli tra di loro comunicanti: cultura, sicurezza, solidarietà, economia

Il numero di maggio è dedicato al nuovo approccio dell’Italia all’Africa, intendendo per Africa la regione subsahariana, dal momento che con l’area settentrionale le relazioni sono state da sempre molto più strette. Il nuovo corso si sta sviluppando su quattro livelli tra di loro comunicanti: cultura, sicurezza, solidarietà, economia

 



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