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L’emergenza della minaccia jihadista catalizzatore d’integrazione regionale?

Pubblichiamo di seguito un contributo sulle conseguenze dell’insurrezione di Boko Haram sugli sforzi d’integrazione regionale in Africa occidentale e centrale scritto da Leena Koni Hoffmann, ricercatrice dell’Africa Programme del Royal Institute of International Affairs di Londra (Chatham House), per il numero di marzo 2016 della rivista ‘Africa e Affari’, il cui focus è dedicato al Camerun

In Nigeria e attraverso il Sahel le dinamiche dell’estremismo jihadista sono in rapida evoluzione e costituiscono un caso spinoso per quegli sforzi multinazionali pure in grado di risolvere le più varie minacce ai confini nazionali.

Poche settimane dopo il suo insediamento lo scorso maggio, il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari ha dato priorità all’apertura di un dialogo con i vicini Niger, Ciad, Camerun e Benin, mostrando consapevolezza dell’importanza strategica di un approccio comune per far fronte alla minaccia transnazionale rappresentata dalla violenza islamista.

Sorto ai margini nordorientali della Nigeria, il gruppo militante islamista di Boko Haram, in sei anni di violente campagne armate, ha sfruttato i confini aperti e permeabili che il paese condivide con i suoi vicini. Anni di conflitto hanno innescato una crisi umanitaria e di rifugiati senza precedenti in tutti i paesi collegati al bacino del lago Ciad – un’area con una popolazione di circa 30 milioni di persone. La regione del lago Ciad è una delle aree più povere al mondo e le comunità locali da lungo tempo devono affrontare siccità cicliche, inondazioni e danni ambientali causati dai cambiamenti climatici. Lo stesso lago Ciad in passato è stato uno dei più grandi laghi al mondo, ma si è ridotto del 90% negli ultimi cinquant’anni con profonde ripercussioni sull’economia della regione. La crisi di Boko Haram ha provocato la decimazione dei mezzi di sostentamento già vulnerabili incentrati principalmente su pesca, agricoltura e pastorizia. E una tradizione consolidata di commercio transfrontaliero, soprattutto di colture, pesce e bestiame, è stata bruscamente interrotta.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), da maggio 2013 più di 2,5 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case a causa di questo conflitto che coinvolge quattro paesi, mentre nei mesi più recenti anche i campi allestiti per ospitare gli sfollati sono stati bersaglio di micidiali attentati suicidi.

Gli sforzi regionali guidati dal presidente Buhari puntano a creare una risposta militare coordinata e sono riusciti a fermare la fase di guerra convenzionale dell’insurrezione.

Tuttavia, questo progresso ha subito molte battute d’arresto e uno sforzo militare più efficace è stato ostacolato dall’incapacità di mobilitare pienamente una task force multinazionale congiunta (Mnjtf) di 8700 uomini – promessa nel 2014 – a causa dell’assenza di fondi, di limiti nella capacità istituzionale, di rapporti diplomatici tesi e di diffidenza reciproca. La crisi di Boko Haram e le ampie ripercussioni umanitarie hanno sì determinato un grave stato di emergenza e, insieme, creato le potenzialità per rafforzare la cooperazione regionale – almeno per quanto riguarda l’intelligence sull’insurrezione e la logistica militare – tuttavia, questa minaccia così ramificata si è rivelata in realtà un catalizzatore molto lento per una più profonda integrazione regionale in Africa occidentale e in Africa centrale.

Per approfondire:

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