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    Libia: Intervista a Libya Build, “Si riparte con una forte partecipazione internazionale”

    Tra il 2001 e il 2021 in Libia è cambiato tutto, eppure, paradossi della storia, ci sono assonanze, dinamiche, al tempo stesso distanti e simili. Allora era la Libia del colonnello Muammar Gheddafi che era pronta a riaprirsi al mondo e faceva le sue concessioni per ritornare nell’alveo della comunità internazionale, dopo le sanzioni imposte per la strage di Lockerbie. Adesso è la Libia che sembra essere uscita dal tunnel del conflitto interno e che lavora per le elezioni di fine anno a volersi di nuovo affacciare sul mondo esterno e superare un ennesimo periodo buio della sua storia. Nel 2001, un giovanissimo Maged Mahfoud insieme al suo socio fanno i primi passi nel settore fieristico puntando poi sul settore delle costruzioni e lanciando nel 2004 la prima edizione di Libya Build. Edizione dopo edizione la fiera cresce fino al 2014, quando, a causa del conflitto, chiuderà il sipario. Nel 2021, è ancora Mahfoud – che nel frattempo si è spostato a Dubai convogliando l’esperienza acquisita in manifestazioni in altri Paesi arabi – a farsi avanti. “Lo scenario politico è migliorato – dice ad Africa e Affari – ci sono i presupposti per tornare a Tripoli”. 

    Come sta andando la parte promozionale e organizzativa? 

    “Torniamo a fare Libya Build nei padiglioni della Tripoli International Fair cioè la stessa sede degli esordi. Faremo alla fine una valutazione della partecipazione internazionale ma posso già dire che avremo molti turchi, egiziani, indiani, maltesi… speriamo anche di avere molti italiani. Siamo ottimisti e spero che l’edizione di quest’anno sia una storia di successo di cui potremo parlare”. 

    Quali sono le prospettive di sicurezza e stabilità del Paese dal vostro punto di vista? 

    “Innanzitutto, su questo fronte c’è il lavoro del governo, che oggi controlla le milizie dentro Tripoli. Inoltre i partner internazionali vogliono la stabilità della Libia. Se poi parliamo della sicurezza della fiera, avremo la conoscenza del territorio, personale locale formato e le competenze maturate nel tempo a Dubai”. 

    Secondo punto critico: covid. 

    “Applicheremo gli standard che usiamo già a Dubai dove abbiamo ripreso a organizzare fiere. Anche se ci saranno restrizioni tra Paesi, lavorerò con il governo libico e con gli espositori internazionali per mettere a punto dei protocolli entro settembre: raccoglieremo le persone a Roma o a Malta, noleggeremo degli aerei, porteremo i partecipanti in Libia, creeremo dei corridoi sicuri da aeroporto a aeroporto”. 

    Parliamo delle opportunità e di quello che sarà la Libia da qui ai prossimi anni? 

    “Vi cito dei dati vecchi che però, secondo me, sono utili per avere dati attuali. Mahmoud Jibril, primo ministro nel 2012, purtroppo scomparso di recente, disse in quell’anno che la Libia aveva bisogno di 450 miliardi di dollari di investimenti infrastrutture di ogni tipo per trasformarsi in un Paese moderno. Nel 2014 e nel 2019 due grandi guerre civili hanno creato scompiglio e ulteriori distruzioni. Per questo motivo non avrei dubbi a moltiplicare quella cifra almeno per due. La Libia oggi ha bisogno di mille miliardi di dollari per due/tre anni per essere quantomeno alla pari dell’Egitto. L’Egitto contemporaneo è un esempio di dove la Libia potrebbe essere: anche in Egitto c’è stata una rivoluzione, poi però dal 2014 è stato avviato un periodo di stabilità che ha consentito di sviluppare infrastrutture, 14 nuove città, aeroporti, centri commerciali. In Libia l’instabilità è durata più a lungo, ma adesso ci sono le condizioni per ripartire. I soldi, poi, non sono un problema, perché il Paese ha a disposizione rimesse sufficienti all’interno e all’estero. Se il governo vara un corretto piano d’azione e una corretta road map, allora abbiamo vinto”.© Riproduzione riservata



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