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Renzi in Africa, da qualche parte bisognava cominciare

Questa volta sembra davvero quella buona. L’annuncio, lo scorso dicembre, dell’Iniziativa Italia-Africa aveva generato soddisfazione, aspettative, ma anche qualche mugugno da parte di chi in passato aveva assistito al lancio di progetti analoghi senza mai vederli decollare. Forse ora è il momento di fare un primo bilancio dell’iniziativa. A gennaio, l’allora ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha compiuto due importanti missioni in quattro paesi africani. Nei mesi successivi i viceministri degli Esteri, Lapo Pistelli, e dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, hanno fatto la spola con numerosi paesi africani (a cominciare da Angola e Mozambico, passando per il Corno d’Africa e per una storica visita in Eritrea).

Da soli, o alla guida di missioni di sistema rilevanti gli esponenti del governo hanno mostrato una continuità d’azione rara. Nelle retrovie c’è poi stato il lavorìo continuo del ministero degli Esteri, con tre importanti riunioni incentrate sull’Africa tenute alla Farnesina, ma anche le Country Presentation organizzate in Confindustria o le missioni commerciali coordinate dal sistema camerale col supporto delle ambasciate. Inserita in questo contesto, la visita del presidente del Consiglio non può che essere vista come un sigillo formale al ritorno dell’Italia in Africa.

Nonostante il provincialismo dei mass media generalisti italiani, che hanno lasciato scorrere il viaggio africano di Renzi come acqua fresca, e nonostante le critiche di chi ha contestato al premier di pensare solo alle grandi aziende tralasciando le Pmi, viene da pensare che da qualche parte bisogna pur cominciare. E, forse, questa volta si è cominciato col piede giusto.



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