In Senegal lievitano le immatricolazioni sospette di pescherecci

di: Enrico Casale | 16 Ottobre 2026

Tra il 2019 e il 2024 la flotta di pescherecci industriali autorizzati a battere bandiera senegalese ha registrato un’esplosione di nuove immatricolazioni, sollevando dubbi sulla reale proprietà delle imbarcazioni e sull’impatto ecologico nelle acque territoriali del Paese. È quanto emerge da un’inchiesta del quotidiano senegalese Le Soleil, condotta su dati e segnalazioni di organizzazioni del settore marittimo.

Secondo uno studio del Groupement des armateurs et industriels de la pêche au Sénégal (Gaipes) citato dal giornale, nell’arco di cinque anni si contano 101 nuovi pescherecci immatricolati. Di questi, 52 hanno ottenuto una licenza di pesca nel 2024 e quasi l’80% (41 navi) si concentra sulla categoria della “pesca demersale profonda” (pesca sui fondali oceanici), un segmento passato da sole due unità prima del 2019 a 43 nel 2024, senza che tali concessioni siano state precedute da studi scientifici del Centre de recherches océanographiques de Dakar-Thiaroye (Crodt) che giustificassero un aumento dello sforzo di pesca.

Al centro dell’indagine finisce il meccanismo delle società miste e il fenomeno della cosiddetta “senegalizzazione” delle navi straniere. Sfruttando le norme del diritto e le procedure semplificate, società di comodo dotate di un capitale sociale irrisorio (anche di soli 100.000 franchi Cfa – 150 euro) figurano formalmente come proprietarie di maggioranza di flottiglie da diversi miliardi di franchi Cfa. Tale schema permetterebbe a prestanome locali di schermare gli effettivi beneficiari e decisori economici – principalmente gruppi stranieri europei e asiatici – e di aggirare le restrizioni sulla pesca industriale e sugli accordi internazionali.

La mancanza di trasparenza sul registro dei “beneficiari effettivi” e i ritardi nel completamento dell’audit governativo sulla flotta – promesso dalle autorità fin dal 2019 e tuttora in corso – alimentano le proteste delle organizzazioni della pesca artigianale (Caopa, Conipas, Aprapam) e delle ong ambientali come Greenpeace ed Ejf. Gli operatori locali denunciano la pressione sulle risorse alieutiche già gravemente sovrasfruttate, con gravi ripercussioni sulla sicurezza alimentare e sull’occupazione locale.

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