Nel Tigray etiope, stessa guerra, alleanze diverse

di: Enrico Casale | 2 Ottobre 2026

È scoppiato un nuovo conflitto in Tigray. Uno contro l’altro, l’esercito federale etiope e le milizie del Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray). Un fuoco che si riaccende e che covava sotto le braci della guerra combattuta tra il 2020 e il 2022, terminata apparentemente con gli Accordi di Pretoria. In realtà, le tensioni tra le due parti non sono mai venute meno: scontri sono stati registrati anche nei mesi scorsi, con provocazioni e risposte reciproche. Ciò che è cambiato rispetto al passato sono il contesto e le alleanze. Una svolta che sta mutando il volto del conflitto.

Sotto i riflettori, anzitutto, c’è l’alleanza di sette movimenti regionali contro il governo centrale. “Non è un’alleanza inedita – osserva Corrado Cok, analista di Ecfr (European Council on Foreign Relations) -. Già nel 1991, tigrini, amhara, oromo e componenti somale e afar si unirono in un patto multilaterale che portò alla caduta del regime del Derg guidato da Mengistu Haile Mariam. Tuttavia, bisogna essere cauti: la nuova convergenza appare estremamente eterogenea, fragile e tenuta insieme quasi esclusivamente dalla necessità di sopravvivenza politica e militare contro l’amministrazione centrale”.

In questo scacchiere, la diplomazia sotterranea dei Paesi vicini sta giocando un ruolo chiave. Il Sudan ha offerto il proprio territorio per ospitare gli incontri preparatori tra le diverse forze antigovernative, un processo seguito da vicino anche dall’Eritrea, i cui rapporti con la leadership di Macallè si sono progressivamente ricuciti in funzione anti-Addis Abeba. “Il Tplf – continua Cok – può contare su canali di supporto logistico e d’intelligence assicurati da Asmara e dalle Saf (forze armate sudanesi, ndr), oltre all’interesse dell’Egitto a indebolire la presa del governo etiope sull’area”.

Sul fronte opposto, l’esecutivo federale guidato dal premier Abiy Ahmed mantiene saldo il sostegno strategico e finanziario degli Emirati Arabi Uniti, attore fondamentale che vanta ingenti investimenti nel Paese e una marcata presenza infrastrutturale. La Turchia, pur mantenendo contatti istituzionali con il governo federale e avendo un passato di forniture militari, adotta invece una posizione più prudente per non compromettere le proprie relazioni con i governi della regione. Anche Israele ha interesse nella crisi tigrina. Tel Aviv guarda con favore alla stabilità dell’esecutivo centrale, limitando tuttavia il proprio raggio d’azione all’ambito della cooperazione informativa.

Meno influente appare la condotta delle potenze occidentali. “Gli Stati Uniti hanno recentemente promosso un’apertura diplomatica verso sia l’Etiopia sia l’Eritrea, giungendo fino alla revoca delle sanzioni bilaterali – spiega Cok -. Una mossa pensata per stabilizzare la sponda del Mar Rosso, resa instabile dalla presenza degli Houthi sulla sponda yemenita, ma rivelatasi inefficace nel prevenire la ripresa dei combattimenti. L’Unione europea, pur favorevole al riallacciamento delle relazioni istituzionali, non mostra al momento la forza diplomatica necessaria per frenare la nuova escalation”.

E la Cina? “La Cina – conclude Cok -, pur essendo il principale partner economico di Addis Abeba, con investimenti capillari nella capitale e nelle infrastrutture strategiche nazionali, continua a mantenere il suo tradizionale approccio di non ingerenza politica, dimostrando una limitata capacità di condizionare le decisioni dei gruppi armati sul campo”. Il destino del Tigray resta così appeso a un fragile equilibrio di forze interne, nell’indifferenza della comunità internazionale.

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