di: Tommaso Meo | 15 Luglio 2025
L’Africa, e in particolare la regione occidentale del continente, figura tra i luoghi al mondo meno autosufficienti dal punto di vista alimentare. A rivelarlo è un nuovo studio condotto dall’Università di Gottinga in Germania e dall’Università di Edimburgo, pubblicato su Nature a maggio 2025.
I gruppi di ricerca hanno analizzato la produzione alimentare di 186 Paesi, scoprendo che solo uno, la piccola Guyana in Sudamerica, è completamente autosufficiente nei sette principali gruppi alimentari su cui si sono concentrati.
Le gravi carenze del continente africano
In Africa, 25 Paesi non sono autosufficienti in almeno cinque dei gruppi alimentari essenziali per una dieta equilibrata, con carenze diffuse e preoccupanti. Questi numeri sono in linea con quelli, in crescita, dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), secondo cui nel 2023 l’Africa rappresentava il 41% della popolazione mondiale denutrita, rispetto al 24% del 2000.
Per quanto riguarda la produzione di carne, l’Africa subsahariana registra deficit considerevoli, mentre il 65% delle nazioni mondiali prese in esame soddisfa o supera il proprio fabbisogno alimentare. I Paesi africani, per oltre l’80%, non riescono a soddisfare il proprio fabbisogno nemmeno nel settore lattiero-caseario.
La dipendenza critica dalle importazioni
Nonostante alcuni miglioramenti, in particolare nella produzione di legumi e alimenti amidacei come cereali e tuberi, la maggior parte delle nazioni africane continua a fare affidamento sulle importazioni per coprire una parte significativa del proprio fabbisogno alimentare. Secondo l’Uneca, la Commissione economica per l’Africa, nel 2023 l’Africa ha speso più di 83 miliardi di dollari per importare prodotti alimentari dall’estero, pur rimanendo un esportatore alimentare importante con quasi 62 miliardi di dollari nello stesso anno.
Il deficit commerciale alimentare dell’Africa è migliorato notevolmente nel 2023, attestandosi a 22 miliardi di dollari, con un calo di 25 miliardi in un solo anno. Questo deficit è determinato principalmente da una manciata di grandi importatori di prodotti alimentari: i Paesi del Nord Africa, la Nigeria e l’Angola.
È però soprattutto la dipendenza da pochi attori e una scarsa diversificazione delle fonti a destare preoccupazione. Un dato particolarmente allarmante riguarda le verdure: ben il 91% dei Paesi africani non è in grado di soddisfare internamente la domanda raccomandata dalle linee guida nutrizionali. In diverse aree, oltre il 50% delle verdure consumate proviene da un singolo fornitore estero. Il fenomeno è ancora più evidente nel caso del riso: nella sola Africa occidentale, circa il 70% del riso consumato è importato. Attualmente l’Asia è la principale fonte di import di prodotti alimentari e agricoli, seguita dall’Unione Europea e dal Medio Oriente.
Elevati rischi di shock alimentari
Questa condizione espone il continente a elevati rischi sistemici. Shock globali – come conflitti, crisi energetiche, cambiamenti climatici o interruzioni nelle catene logistiche – possono compromettere gravemente l’accesso al cibo e peggiorare l’insicurezza alimentare, soprattutto nei Paesi più fragili. Si tratta di scenari già attuali, come la guerra tra Russia e Ucraina, che ha messo in seria difficoltà l’approvvigionamento di grano per l’Africa, o siccità e alluvioni che influenzano pesantemente la produzione e il commercio di cibo e prodotti agricoli.
Prospettive di crescita moderate
Tuttavia, le proiezioni al 2032 offrono uno spiraglio di ottimismo. La produzione di carne nell’Africa subsahariana potrebbe crescere del 13%, mentre quella di amidi potrebbe salire del 15%. Promettenti anche le previsioni per legumi, noci e semi, che potrebbero registrare un aumento del 19%. Più contenuta invece la crescita prevista per la produzione ittica, stimata attorno al 5%, a conferma della persistente dipendenza del continente dalle importazioni di pesce.
Strategie per l’autosufficienza alimentare
Per affrontare in modo strutturale queste vulnerabilità, è necessario intervenire su più fronti. I limiti della produttività agricola, la mancanza di infrastrutture adeguate e l’orientamento prevalente verso colture destinate all’export rappresentano barriere significative a uno sviluppo alimentare equo e sostenibile. A queste si aggiunge una crescente vulnerabilità climatica, che impone un urgente ripensamento delle politiche agricole e ambientali.
Gli esperti raccomandano la costruzione di filiere locali resilienti, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e l’investimento in tecnologie intelligenti per l’irrigazione, varietà coltivabili più resistenti e meccanizzazione sostenibile. Fondamentale sarà anche rafforzare la cooperazione regionale: strumenti come la Zona di libero scambio continentale africana (AfCfta) o le comunità economiche subregionali potrebbero giocare un ruolo decisivo per creare catene del valore integrate e ridurre la dipendenza dai mercati esterni.
Verso un futuro di maggiore integrazione
L’Africa continua a dipendere dall’import di cereali e prodotti alimentari trasformati ma, secondo il report 2025 di Afreximbank sul commercio africano, l’export e l’import di prodotti agricoli e alimentari intra-africani sono in crescita grazie all’AfCfta, e al miglioramento delle infrastrutture logistiche e dei pagamenti digitali.
La strada verso l’autosufficienza alimentare in Africa rimane lunga e complessa, ma i primi segnali di cambiamento attraverso la cooperazione regionale e gli investimenti in tecnologie sostenibili lasciano intravedere la possibilità di un futuro in cui il continente potrà contare maggiormente sulle proprie risorse per nutrire la sua popolazione in crescita.
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