Africa: gli Usa vogliono usare l’Agoa per promuovere gli Ogm

di: Andrea Spinelli Barrile | 3 Giugno 2026

Negli Stati Uniti, diverse organizzazioni agricole hanno chiesto all’amministrazione Trump di utilizzare l’Agoa (African growth and opportunity act) come leva per incoraggiare i Paesi africani ad adottare normative più favorevoli sui prodotti derivati dalle biotecnologie agricole (ovvero, gli Organismi geneticamente modificati, Ogm).

In Africa, le normative sugli Ogm rimangono rigide nella maggior parte dei Paesi, soprattutto per quanto riguarda la commercializzazione: solo sei Paesi africani avevano autorizzato le colture Gm in misura variabile (commerciale o sperimentale), tra cui Sudafrica, Sudan, Nigeria e Kenya, motivati in parte dalla ricerca di soluzioni per aumentare i raccolti, controllare i parassiti e rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici. Le colture interessate includono principalmente il cotone Bt, il mais geneticamente modificato e il fagiolo dall’occhio Bt ma per diversi governi africani la cautela normativa in materia di Ogm deriva perlopiù da preoccupazioni relative alla biosicurezza, alla sovranità sulle sementi e alla salvaguardia di alcuni mercati sensibili.

Questo quadro giuridico restrittivo limita gli scambi commerciali agricoli con partner come gli Stati Uniti, leader nel settore delle biotecnologie agricole: secondo Agence ecofin, in una lettera del 15 maggio inviata all’Ufficio del rappresentante per il commercio degli Stati uniti, un gruppo di pressione composto da 15 organizzazioni, tra cui la National corn producers association e l’American federation of farmers, sostiene che le barriere non tariffarie legate alle biotecnologie in Africa debbano essere eliminate per ottenere una maggiore quota di mercato nel continente africano.

“L’Agoa” si legge nella lettera, “offre l’accesso commerciale senza dazi ai Paesi ammissibili, con l’obiettivo di generare benefici economici e al contempo rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti. Come parte di questi criteri di ammissibilità, i Paesi devono compiere progressi significativi nell’eliminazione delle barriere al commercio e agli investimenti. Purtroppo, la stragrande maggioranza dei Paesi africani non ha adottato politiche che facilitino il commercio di prodotti biotecnologici agricoli, il che preclude questi mercati agli agricoltori americani, che hanno bisogno di diversificare e cogliere nuove opportunità in tutto il mondo”.

Avviato nel maggio 2000, il programma Agoa consente ai Paesi dell’Africa subsahariana ammissibili di esportare negli Stati uniti oltre 1.800 prodotti, inclusi prodotti agroalimentari, senza pagare dazi doganali, in aggiunta agli oltre 5.000 prodotti che già beneficiano dell’accesso esente da dazi nell’ambito del Sistema generalizzato di preferenze (Spg). L’accordo commerciale era destinato a scadere il 15 ottobre scorso ma il presidente americano Donald Trump lo ha prorogato il 3 febbraio successivo ma soltanto per 11 mesi, una proroga temporanea che fa parte di una strategia ben precisa di Washington: “Modernizzare il programma e allinearlo alla politica ‘America First’ del presidente Trump” ha fatto sapere con chiarezza la Casa bianca, secondo cui i Paesi africani dovrebbero ora essere più aperti ai prodotti americani per beneficiare di questo programma di preferenze commerciali.

Oggi, sostengono i firmatari della lettera, “senza incentivare i Paesi beneficiari dell’Agoa ad allinearsi alle politiche americane in materia di biotecnologie agricole, i Paesi africani rischiano di continuare ad adottare politiche in linea con quelle di Paesi che non danno priorità alla scienza e non rispettano gli standard internazionali”.

Secondo i dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati uniti (Usda), il valore dei flussi commerciali agroalimentari tra Stati uniti e Paesi africani è aumentato del 55% nel 2025, raggiungendo quasi 11,57 miliardi di dollari, una bilancia commerciale che tra l’altro è leggermente in attivo a favore dell’Africa, per un importo di 141 milioni di dollari. In effetti, nel 2025 è stata la prima volta in cinque anni che il continente africano ha esportato negli Stati uniti più prodotti agroalimentari di quanti ne abbia importati.

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