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Africa: Iabw, Ong e fondazioni per lo sviluppo inclusivo

di: Michele Vollaro | 10 Marzo 2026

Il continente africano vive una nuova fase di centralità globale, caratterizzata da una forte competizione internazionale e da una inedita capacità di scelta da parte dei governi locali. In questo scenario affollato, l’Italia e l’Europa devono riadattare i propri modelli di cooperazione e investimento, superando la retorica e appoggiandosi alla rete strutturale della società civile, delle Organizzazioni non governative (Ong) e delle fondazioni private. È il quadro emerso durante la tavola rotonda sui partenariati inclusivi svoltasi nella giornata conclusiva dell’Italia Africa Business Week (Iabw), la scorsa settimana a Roma. Maddalena Procopio, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), ha evidenziato come l’Africa dialoghi oggi con molteplici attori, dalla Cina agli Emirati Arabi Uniti, dalla Turchia alla Russia. Si tratta di partner capaci di offrire accordi rapidi, con requisiti procedurali meno stringenti e una minore avversione al rischio. Per rimanere competitiva e dare sostanza a iniziative come il piano Mattei, l’Europa deve costruire relazioni basate non solo sugli investimenti e sugli interessi strategici, come le forniture energetiche, ma su un’analisi condivisa dei bisogni locali.

A rendere complessa la messa a terra degli investimenti è tuttavia la fragilità istituzionale di molte aree. L’ex viceministro degli Esteri Mario Giro, responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, ha sottolineato come la nuova ondata di ricchezza privata nel continente abbia paradossalmente indebolito le strutture statali, portando a una preoccupante privatizzazione della sicurezza e a filiere commerciali frammentate. In questo contesto, progetti di lungo respiro come il piano Mattei richiedono di diversi anni per consolidarsi e necessitano di una forte cabina di regia politica per mantenere allineati ministeri, imprese private ed enti della cooperazione.

È proprio nelle aree di maggiore fragilità e instabilità politica che emerge il ruolo insostituibile delle storiche Ong italiane. Sandro De Luca, presidente della rete Link 2007, ha spiegato come queste realtà operino in Africa da decenni, garantendo una resilienza che il capitale privato puro fatica ad avere. Il paradigma dell’aiuto è però radicalmente mutato: oggi fino al 90% del personale delle Ong è locale, ed è quest’ultimo a definire le politiche d’azione sul territorio. Una presenza costante che assorbe il rischio politico e sociale, ma che richiede di superare le attuali logiche di finanziamento, giudicate ancora troppo burocratiche e poco propense all’adattabilità. Un supporto cruciale per colmare il divario tra percezione del rischio e investimenti reali arriva infine dalle fondazioni private. Come illustrato da Massimo Salvadori, coordinatore della Paolo Chiesi Foundation, questi enti non si limitano a iniettare risorse per compensare i tagli all’aiuto pubblico allo sviluppo, ma portano competenze specifiche dal mondo aziendale. Soprattutto, le fondazioni private possiedono una maggiore tolleranza al rischio rispetto ai donatori istituzionali, potendo finanziare interventi innovativi e flessibili al di fuori delle rigide logiche dei bandi tradizionali.

© Riproduzione riservata

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