di: Andrea Spinelli Barrile | 10 Febbraio 2026
Uber, il servizio americano di trasporto con conducente, ha lasciato la Tanzania. Il 30 gennaio la società americana Uber ha fatto sapere di avere interrotto i suoi servizi a causa delle “attuali normative sul settore dei trasporti, che hanno creato un ambiente non favorevole e hanno rappresentato una sfida per la nostra attività”, un contesto normativo “difficile” che che ha reso impossibile la gestione del modello di business nel Paese.
Era già successo nel 2022, quando per otto mesi Uber aveva deciso di sospendere il servizio a causa di un’analoga situazione di stallo normativo.
Tuttavia, le politiche restrittive adottate dal governo tanzaniano dopo le elezioni di ottobre sarebbero la reale ragione della decisione di Uber, che nel caso specifico si starebbe prestando ad essere un elemento nella tensione geopolitica tra Dar Es Salaam e Washington. Il governo americano infatti ha fatto sapere di stare rivedendo i rapporti con la Tanzania proprio in virtù della “persistenza di ostacoli agli investimenti statunitensi” e siccome Uber si affidava ai canali diplomatici ufficiali per le proprie trattative con lo Stato tanzaniano, ecco che le difficoltà sono aumentate con l’esplodere della tensione: al centro dello stallo tra Uber e la Tanzania c’è il limite del 15% di commissioni che Uber può riscuotere dai suoi autisti nel Paese africano, molto al di sotto della media globale di Uber (che è pari al 25%) e da anni l’azienda americana cerca, invano, di convincere le autorità locali a rivedere al rialzo questa percentuale.
Inoltre, la decisione delle autorità di sospendere internet nel periodo elettorale e post-elettorale sarebbe stata vista da Uber come un grave ostacolo alla propria attività, che senza connessione semplicemente non può esistere.
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