di: Céline Dominique Nadler | 28 Gennaio 2026
Se si dovesse scattare una fotografia istantanea all’economia africana al termine del 2025, l’immagine che ne risulterebbe sarebbe quella di un atleta che, dopo aver rischiato di cadere, ha ritrovato il suo equilibrio e ha ripreso a correre, pur zoppicando leggermente. Con questa immagine, Massimo Zaurrini, direttore responsabile del mensile Africa e Affari della casa editoriale Internationalia, ha aperto ieri l’incontro di presentazione del primo numero dell’anno della rivista, a Roma presso la sede della Società geografica italiana, un evento organizzato con la collaborazione di Eni.
I dati macroeconomici confermano infatti il continente come seconda regione al mondo per rapidità di crescita, ma i numeri del Pil faticano a tradursi in benessere diffuso. Mentre l’inflazione scende e i conti migliorano, resta aperto il divario tra l’aumento della popolazione e la creazione di nuovi posti di lavoro.
È un continente che naviga in quella che gli analisti internazionali definiscono una fase di “resilienza testata”. Non siamo più di fronte alle crisi acute degli anni passati, ma non siamo ancora approdati al porto sicuro di uno sviluppo strutturale e inclusivo. Leggendo in filigrana i tre principali rapporti economici pubblicati nell’ultimo trimestre dalle grandi istituzioni finanziarie – la Banca Africana di Sviluppo (AfDB), il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale – emerge un quadro complesso, dove la statistica macroeconomica, spesso incoraggiante, deve fare i conti con una realtà sociale che non ammette più ritardi, come le turbolenze sociali e le manifestazioni di piazza degli ultimi mesi hanno reso evidente.
La sfida demografica
In effetti, c’è un numero che più di ogni altro dovrebbe togliere il sonno ai decisori politici africani e internazionali: undici milioni contro tre milioni. Ogni anno, in Africa, undici milioni di giovani raggiungono l’età lavorativa e si affacciano sul mercato alla ricerca di un impiego. Nello stesso arco di tempo, l’economia formale del continente riesce a generare appena tre milioni di nuovi posti di lavoro. Questo divario abissale, evidenziato con forza dalla Banca Mondiale, rappresenta la vera bomba a orologeria del continente. Non è solo una questione economica, ma una priorità di stabilità sociale e politica.
“Da una parte ci sono i numeri. E quelli stanno dalla parte dell’Africa. Dall’altro lato ci sono crisi diventate quasi endemiche, golpe e giovani insoddisfatti che scendono in piazza per chiedere cambiamenti radicali”. È con questa riflessione che Gianfranco Belgrano, direttore editoriale di Africa e Affari, ha aperto l’incontro “Africa 2026: prospettive politiche ed economiche”, una conferenza che la redazione del mensile organizza ogni anno a gennaio.
Inoltre le proiezioni demografiche sono implacabili: entro il 2050, la popolazione in età lavorativa dell’Africa aumenterà di oltre 600 milioni di persone. Si tratta di un’espansione senza precedenti nella storia, che potrebbe rappresentare uno straordinario “dividendo demografico” se, e solo se, queste braccia e queste menti troveranno un impiego produttivo. In caso contrario, il rischio è quello di un disastro sociale di proporzioni continentali.
Il 2025 va in archivio consegnandoci un continente che cresce più velocemente della media mondiale. Secondo i dati della Banca Africana di Sviluppo, che offrono la panoramica più completa includendo anche le economie del Nord Africa, il Pil reale del continente ha registrato un incremento medio del 4,2% nell’anno appena concluso. Un dato che non solo conferma la ripresa, ma che permette di guardare al 2026 con un moderato ottimismo, prevedendo un’ulteriore accelerazione al 4,3%.
Tuttavia, come spesso accade quando si analizza un continente composto da 54 nazioni diverse, la media matematica rischia di nascondere profonde divergenze. C’è un’Africa che corre, trainata dagli investimenti in infrastrutture e dalla diversificazione economica, e c’è un’Africa che arranca, ancora troppo dipendente dalle bizze dei mercati delle materie prime o frenata da instabilità interne.
Un’economia a più velocità
Analizzando le performance regionali, appare evidente come l’Africa viaggi a più velocità. L’Africa orientale si conferma la locomotiva del continente, con tassi di crescita che sfiorano il 6%, trainati da Paesi come Etiopia, Ruanda e Tanzania che continuano a investire massicciamente in infrastrutture e connettività. Anche l’Africa occidentale mostra segnali di vitalità, con una crescita prevista al 4,8% nel 2025, sostenuta dalla ripresa di giganti come la Nigeria, che pur tra mille difficoltà sta cercando di raddrizzare la rotta con riforme coraggiose.
Più complessa la situazione in Africa australe, dove la crescita rimane anemica, inchiodata intorno al 2,2%. Qui pesa come un macigno la stagnazione del Sudafrica, l’economia più industrializzata del continente, che continua a lottare con crisi energetiche e colli di bottiglia logistici che ne frenano il potenziale. Il Nord Africa, dal canto suo, mostra una stabilità relativa, con una crescita prevista al 3,8% nel 2025 che dovrebbe salire al 4,1% nel 2026, beneficiando in parte della ripresa del turismo e della domanda europea.
L’outlook per il 2026, quindi, ci parla di un’Africa che non si è arresa alle difficoltà globali. La crescita c’è, è tangibile e superiore a quella di molte economie avanzate. Ma è una crescita che deve ancora trovare la sua anima sociale. La sfida per i governi africani nei prossimi dodici mesi non sarà solo quella di far quadrare i conti o di rassicurare gli investitori internazionali, ma di trasformare quei numeri percentuali in opportunità reali per milioni di cittadini. Senza questa trasformazione, la stabilità macroeconomica resterà una vittoria di Pirro, perfetta sulla carta ma fragile nella realtà quotidiana delle persone.

Attualmente, la crescita del Pil, pur robusta nei numeri, non è abbastanza “intensiva” in termini di lavoro. I settori che trainano l’economia, come l’estrazione di risorse naturali, sono ad alta intensità di capitale ma creano pochi posti di lavoro.
Ma la soluzione non può essere affidata solo al settore pubblico, i cui bilanci sono già sotto stress. È necessario sbloccare il potenziale del settore privato, in particolare delle piccole e medie imprese che oggi faticano a crescere a causa della mancanza di energia affidabile, di infrastrutture di trasporto carenti e di un accesso al credito difficile e costoso. La Banca Mondiale sottolinea come l’attuale modello di crescita sia strutturalmente inadeguato ad assorbire l’onda d’urto demografica.
Serve un cambio di paradigma che metta la creazione di posti di lavoro dignitosi al centro di ogni politica economica, puntando su settori ad alta intensità di manodopera come l’agribusiness, il turismo e le costruzioni. Senza questa svolta, la crescita del Pil resterà un indicatore sterile, incapace di cambiare il destino di una generazione.
“L’accesso all’energia assume in maniera crescente un valore strategico per i governi africani perché necessaria per rispondere all’imperativo dell’industrializzazione e della creazione di valore aggiunto in loco. Sebbene l’industrializzazione sia da tempo un obiettivo nei piani di sviluppo di molti Paesi africani, registriamo un nuovo impulso, anche perché cresce l’esigenza di creare posti di lavoro, in un continente in cui circa 12 milioni di giovani fanno il loro ingresso nel mercato del lavoro ogni anno”, ha infatti sottolineato Ester Stefanelli, manager public affairs Africa subsahariana di Eni, intervenendo durante la conferenza “Africa 2026”.
In un quadro ampiamente diversificato come quello africano, è bene ricordare – ha ribadito Stefanelli – che l’Africa difende con insistenza l’idea di poter utilizzare tutte le fonti di energia possibili, anche alla luce del grande bisogno di industrializzazione.
Il sistema Italia c’è
Della strategia italiana per l’Africa ha parlato Fabrizio Lobasso, direttore per il sistema Italia e gli investimenti della Direzione generale crescita ed esportazioni: “Oggi dopo tanti anni, parliamo di sistema con la S maiuscola, davvero”, un sistema che vede interconnessi le direzioni generali istituzionali, il mondo della cooperazione, gli enti per l’internazionalizzazione e il mondo delle imprese.
È proprio in questo contesto che emerge una dinamica nuova: se un tempo mancava l’Italia istituzionale, oggi sembra essere l’impresa italiana – soprattutto quella grande, quella che dovrebbe fare da apripista – a mancare di passo, ha allora osservato Zaurrini. “Questo non significa che le aziende non ci siano affatto. Ma suggerisce che, nel momento in cui il Sistema Paese tenta di costruire una strategia più organica sul continente, le imprese rischiano di restare indietro: per prudenza, per mancanza di informazioni, per limiti finanziari o semplicemente perché non percepiscono pienamente la portata strategica delle trasformazioni in corso nel mondo e in Africa”.
Eppure, ci sono gli strumenti ad hoc per il continente africano è a disposizione delle imprese grazie a Simest, società del Gruppo Cdp: il programma “Potenziamento mercati africani”, presentato da Federica Ingrosso, rappresentante di Simest, accompagna le imprese negli investimenti produttivi e commerciali, nella transizione digitale e sostenibile e nel rafforzamento patrimoniale delle controllate in Africa. Consente di sostenere spese a supporto degli investimenti, comprese quelle legate alla formazione del personale e alle attività connesse – come viaggio, soggiorno, visite mediche e avviamento dei contratti – oltre ai costi per le certificazioni e per la partecipazione a fiere di settore. Un insieme di interventi pensati per rafforzare la presenza delle imprese nei mercati africani o avviare nuovi business.
Business che vanno ormai di pari passo con la cooperazione allo sviluppo, ha insistito Simone Marino dell’Undp, ovvero il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. Lo sviluppo internazionale non è solo un capitolo della politica internazionale, ma ne è un pilastro centrale, attraverso il quale si interviene in tematiche fondamentali, come produrre economia, favorire l’accesso all’energia, gestire le migrazioni, o ancora, intervenire nell’ambito delle tecnologie. L’Italia, ha poi sottolineato Marino, ha un passo in più rispetto agli altri competitor, un valore aggiunto, e si chiama Piano Mattei per l’Africa. Ha un principio fondamentale, smettere di guardare i singoli progetti ma metterli in un’architettura, investire e creare le catene di valore.
Da qui l’appello di Eugenio Bettella, dello studio Bergs & More: “ Se non si lavora come imprese per rispondere alle molte richieste dell’Africa probabilmente corriamo il rischio da qui ai prossimi dieci anni di perdere questo treno che in realtà è molto interessante”. In questo momento storico, ha sottolineato Bettella, l’Africa si sta infrastrutturando, in energia, corridoi, infrastrutture e quant’altro, andando a supportare il trend interno del libero mercato continentale.
“Se non non prendiamo posizione adesso, se non iniziamo a collaborare con l’impresa, se non seguiamo questo percorso, fra qualche anni quando l’infrastruttura sarà definita, quando la capacità dal punto di vista e energetico sarà in grado di sostenere aree industriali in modo corretto senza grandi interruzioni, quando le vie di trasporto saranno ottimali, ecco quello non sarà il momento di arrivare. Bisogna agire ora”, ha concluso l’avvocato.



