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Nordafrica: imprese e diritti umani, tra luci e ombre

di: Valentina Milani | 18 Febbraio 2026

Nel Nordafrica la consapevolezza del legame tra attività economiche e diritti umani è cresciuta, ma il passaggio dagli impegni formali all’attuazione concreta resta incompiuto. È questa la tesi centrale del rapporto “Business and Human Rights in North Africa: How Do We Turn Commitments into Action?“, pubblicato a gennaio dalla Maat Foundation for Peace, Development and Human Rights, organizzazione non governativa con sede in Egitto, attiva nel campo dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e della governance.

Il documento analizza sei Paesi – Egitto, Marocco, Tunisia, Algeria, Libia e Mauritania – valutando il quadro normativo, la diffusione dei principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (Ungp), l’adozione di piani d’azione nazionali, la condotta responsabile d’impresa, l’esistenza di punti di contatto nazionali per le linee guida dell’Ocse e i meccanismi di ricorso non giudiziari.

 

Il divario tra impegni formali e realtà

Il rapporto ricorda che i principi guida Onu, adottati nel 2011, si fondano su tre pilastri: dovere dello Stato di proteggere, responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani e accesso a rimedi effettivi per le vittime. Tuttavia, osserva Maat, nella regione permane un divario significativo tra adesione formale agli standard internazionali e applicazione effettiva, soprattutto in materia di due diligence sui diritti umani, che rimane nella maggior parte dei casi un principio volontario.

Sul piano normativo, tutti e sei i Paesi dispongono di leggi sugli investimenti e strumenti per attrarre capitali esteri. In Egitto, ad esempio, sono stati introdotti incentivi e procedure accelerate per i progetti industriali, mentre in Tunisia è stata adottata una legge sulla responsabilità sociale d’impresa che impone alle aziende di destinare parte dei propri bilanci a progetti di sviluppo sostenibile. Da parte sua, il Marocco ha aggiornato il quadro della carta degli investimenti, con disposizioni applicabili sia agli investitori locali sia a quelli esteri. In Algeria, Libia e Mauritania sono in corso o recenti revisioni legislative per modernizzare il contesto imprenditoriale .

Secondo il rapporto, però, l’esistenza di norme non garantisce automaticamente il rispetto dei diritti. In diversi casi le leggi risultano poco applicate o carenti nei meccanismi di controllo. La due diligence sui diritti umani è spesso percepita dalle imprese come un onere e non come uno strumento di gestione del rischio, mentre le autorità pubbliche tendono a privilegiare gli obblighi ambientali – più chiaramente regolati – rispetto a quelli relativi all’impatto sociale.

 

Geografie a confronto: progressi e ritardi

Per quanto riguarda i piani d’azione nazionali su imprese e diritti umani, il quadro è disomogeneo. Il Marocco è considerato in fase avanzata di elaborazione di un piano dedicato, con iniziative parlamentari e consultazioni pubbliche già avviate. Egitto e Tunisia sono in una fase definita “emergente”, con discussioni e proposte in corso ma senza un piano autonomo formalmente adottato. Algeria, Libia e Mauritania risultano invece in ritardo, con assenza di strategie nazionali strutturate su questo tema .

Un elemento rilevante è la presenza dei punti di contatto nazionali (Ncp) per la promozione delle linee guida Ocse sulla condotta responsabile delle imprese multinazionali. Egitto, Marocco, Tunisia e Algeria hanno istituito meccanismi di questo tipo, seppur con risorse e operatività variabili, mentre Libia e Mauritania ne sono prive. Il Marocco viene indicato come il caso più strutturato, con un Ncp dotato di sito dedicato e alcune esperienze di mediazione su controversie tra imprese e lavoratori.

Il rapporto sottolinea inoltre che cinque dei sei Paesi esaminati sono parti dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCfta), che integra nel proprio impianto riferimenti a standard di sostenibilità e diritti. La Libia, pur avendo firmato l’accordo, non lo aveva ancora ratificato alla data di redazione del documento.

Sul fronte dei rimedi, i sistemi giudiziari nazionali prevedono strumenti di risoluzione delle controversie tra investitori e Stato, spesso con ricorso all’arbitrato internazionale. Tuttavia, Maat evidenzia la necessità di rafforzare i meccanismi non giudiziari accessibili alle comunità colpite, in linea con il terzo pilastro dei Principi guida, che impone l’accesso effettivo alla riparazione per le vittime di abusi legati alle attività economiche.

Tra le raccomandazioni, la fondazione invita i governi nordafricani ad adottare piani d’azione nazionali autonomi, a rafforzare le capacità dei punti di contatto nazionali, a integrare la condotta responsabile d’impresa nelle politiche di investimento e a partecipare attivamente ai negoziati internazionali per uno strumento giuridicamente vincolante su imprese e diritti umani.

Per una regione che punta ad attrarre investimenti e a consolidare il proprio ruolo nelle catene globali del valore, la sfida – conclude implicitamente il rapporto – non è solo normativa, ma politica: trasformare l’adesione ai principi in prassi quotidiana, affinché la crescita economica non proceda in disallineamento rispetto alla tutela dei diritti fondamentali.

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