di: Michele Vollaro | 5 Marzo 2026
Un partenariato paritario che supera la logica dell’assistenzialismo per abbracciare la diplomazia economica, ponendo al centro il settore privato, le catene del valore agricolo e il ruolo strutturale delle diaspore. È il paradigma emerso ieri alla Farnesina durante la giornata inaugurale della nona edizione dell’Italia Africa Business Week (Iabw), un appuntamento che ha riunito istituzioni, organismi internazionali e mondo imprenditoriale per fare il punto sui primi due anni del Piano Mattei.
L’esecutivo italiano, come sottolineato dal vice ministro degli Affari esteri Edmondo Cirielli aprendo i lavori, considera l’Africa il continente del futuro. Una centralità confermata dall’inserimento dei mercati emergenti africani nel piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue ad alto potenziale e dalla volontà di rafforzare istituzioni chiave, come l’organizzazione intergovernativa Ciheam, i cui fondi per i progetti agricoli sono passati da 20 a 300 milioni di euro.

L’impegno italiano si muove tuttavia in un quadro geopolitico complesso: la guerra in Ucraina ha segnato uno spartiacque, ma proprio per questo, ha avvertito Cirielli, occorre rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite e moltiplicare gli sforzi per la pace, facendo leva anche sugli scambi commerciali e culturali per far rivivere lo spirito originario della cooperazione.
La validità di questo approccio ha trovato una prima importante conferma politica nel recente vertice Italia-Africa svoltosi ad Addis Abeba. Lorenzo Ortona, coordinatore vicario della struttura di missione della presidenza del Consiglio per il piano Mattei, ha spiegato come l’incontro in Etiopia abbia registrato un forte interesse non solo dai 14 Paesi focus, ma da numerose altre nazioni africane, pronte ad aderire alle nuove progettualità.
Per tradurre questo interesse in realtà, il supporto finanziario gioca un ruolo determinante. Francesco Masera, responsabile per la cooperazione internazionale di Cassa depositi e prestiti (Cdp), ha illustrato gli strumenti messi in campo per conto del governo, dal Fondo italiano per il clima al Plafond Africa, fino alle iniziative per il settore privato, affiancando sempre le risorse economiche alla co-progettazione tecnica.
Uno sforzo che necessita però di una maggiore integrazione locale: Nguéto Tiraina Yambaye, a capo del fondo di garanzia africano Fagace e già direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (Fmi) per l’Africa tra il 2011 e il 2016 prima di essere ministro dell’Economia del Ciad tra il 2017 e il 2021, ha lanciato un appello per coinvolgere attivamente le banche del continente come co-finanziatori, ricordando che il settore agricolo, pur rappresentando il 70% delle economie locali, assorbe appena tra il 2 e il 5% del credito complessivo.
Far confluire i capitali nell’economia reale significa investire nell’innovazione delle filiere produttive. I progetti promossi in ambito agricolo, dallo stoccaggio dei cereali in Algeria alle iniziative condotte nella Repubblica del Congo dal gruppo Bonifiche Ferraresi, dimostrano il crescente dinamismo del sistema produttivo italiano, confermato dagli oltre 130 progetti presentati dalle aziende secondo i dati di Confindustria Assafrica e Mediterraneo.
Un modello virtuoso è rappresentato dall’iniziativa pilota sul caffè illustrata da Andrea De Marco di Unido, operativa in Etiopia e Kenya, che ha introdotto centri di formazione e assicurazioni parametriche contro i rischi climatici. È un partenariato pubblico-privato scalabile che Francesco Tramontin di Ferrero ha auspicato possa essere replicato nel complesso settore del cacao in Africa occidentale, dove l’intervento pubblico è essenziale per favorire la trasformazione delle materie prime direttamente in loco.
A garantire l’allineamento con le esigenze locali provvede l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics): il direttore Marco Riccardo Rusconi ha sottolineato l’importanza trasversale della formazione professionale, capace di innescare una migrazione circolare positiva che arricchisca i Paesi d’origine con nuove competenze e imprese.
La mobilità regolare, se ben governata, si conferma infatti un motore di sviluppo insostituibile. Laura Lungarotti, direttrice per la mobilitazione delle risorse dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), ha ricordato che i 167 milioni di lavoratori migranti nel mondo sostengono settori nevralgici, generando un volume di rimesse che ha raggiunto circa 750 miliardi di euro, superando ampiamente gli aiuti pubblici allo sviluppo e arrivando a pesare fino al 10% del prodotto interno lordo in molti Paesi. Trasformare i corridoi migratori in corridoi economici, ha spiegato Lungarotti, è l’obiettivo di modelli di finanza innovativa supportati anche dalla cooperazione italiana.
In questa transizione, le diaspore non sono più mero oggetto di assistenza ma, come evidenziato da Jean-Léonard Touadi e dal neo-costituito comitato scientifico di Iabw, agiscono da vera potenza economica e diplomatica. Una visione condivisa da Walid Loukil, vice-direttore dell’omonimo gruppo tunisino, che ha evidenziato la necessità di strutturare meglio le aziende familiari africane per renderle bancabili, suggerendo inoltre di non far pesare le instabilità politiche sui finanziamenti di filiere nevralgiche come quella del cotone nel Sahel.
Proprio sulle relazioni diplomatiche nell’area saheliana, segnata dalle crisi in Burkina Faso, Mali e Niger, ha voluto rassicurare in chiusura Cleophas Dioma, presidente dell’associazione Le Réseau e anima di Iabw. Smentendo le ipotesi di disimpegno, Dioma ha ribadito che la cooperazione italiana mantiene la propria presenza operativa, confermando la volontà di dialogare per lo sviluppo dei territori.

Guardando al futuro del forum, che proseguirà oggi e domani a Villa Aurelia con focus tecnici e operativi, il presidente di Le Réseau ha tuttavia posto l’accento su un ostacolo logistico non secondario: le crescenti difficoltà nell’ottenimento dei visti per gli operatori economici africani. Risolvere questi colli di bottiglia burocratici, anche attraverso la partecipazione ufficiale del coordinamento delle diaspore alla cabina di regia del piano Mattei, sarà il prossimo passo decisivo per consentire a imprenditori italiani e africani di incontrarsi, strutturare joint venture e generare una prosperità realmente condivisa.
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