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Hormuz e le conseguenze logistiche: torna al pettine il nodo delle infrastrutture africane

di: Enrico Casale | 10 Marzo 2026

Il blocco dello Stretto di Hormuz, innescato dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, rischia di avere ripercussioni profonde sull’economia globale e sulle principali rotte marittime, specialmente se il conflitto dovesse protrarsi oltre le quattro settimane. A lanciare l’allarme è Giuseppe Dentice, analista dell’Osmed (Osservatorio sul Mediterraneo), secondo cui il vero nodo della crisi risiede nella vulnerabilità dei grandi choke point marittimi che collegano Asia, Medio Oriente ed Europa.

“Hormuz è la cartina di tornasole di questo scenario – spiega Dentice -, ma non dobbiamo considerarlo da solo. È parte di un sistema di interdipendenze che coinvolge anche Bab el-Mandeb, lo stretto tra l’Africa e la Penisola Arabica, e il Canale di Suez”. Attraverso questi passaggi strategici transita una fetta importante del commercio mondiale: circa il 40-45% dei traffici globali — inclusi beni di consumo, materie prime e risorse energetiche — scorre per queste acque. Il solo Stretto di Hormuz convoglia tra il 17% e il 20% di tali flussi.

L’interruzione, anche parziale, di questa direttrice produrrebbe effetti a cascata sull’intera catena del valore. “Bloccare Hormuz significa impattare non solo sui transiti marittimi, ma anche su quelli terrestri, che in Medio Oriente restano limitati dalle costanti tensioni geopolitiche”, osserva l’analista. Le conseguenze dirette riguarderebbero le tariffe di trasporto, i tempi di consegna e i prezzi finali delle merci.

 

L’impatto sui costi energetici e l’inflazione globale

La gravità dello scenario dipenderà dalla durata della crisi. “La vera discriminante è il fattore tempo – sottolinea l’esperto di Osmed -. Se il blocco si risolvesse entro tre o quattro settimane, gli effetti potrebbero rimanere contenuti. Oltre questo arco temporale, invece, il rischio è un’impennata dei costi globali con ricadute dirette sull’inflazione e possibili derive recessive”.

Sul fronte energetico i segnali sono già visibili, seppur al momento stabili. Il prezzo del Brent oscilla attorno agli 85 dollari al barile: una quotazione elevata, ma ancora lontana dai picchi del 2022 seguiti all’invasione russa dell’Ucraina. “Per ora il mercato regge grazie alle scorte accumulate nei mesi scorsi”, chiarisce Dentice. Più complessa appare la situazione del gas, in particolare per il Qatar: il blocco delle rotte rischia infatti di generare un eccesso di stoccaggio per il Gnl (gas naturale liquefatto) difficile da gestire.

L’impatto colpirà inevitabilmente anche il comparto logistico. Deviare le navi verso rotte alternative comporta l’allungamento dei tempi di navigazione, l’aumento dei premi assicurativi e la lievitazione delle spese operative. “Questi aggravi finanziari – osserva Dentice – rischiano di essere scaricati direttamente sul consumatore finale”.

 

La divergenza tra le coste africane e il limite dei porti

Anche l’Africa risentirà della crisi, seppur con dinamiche opposte. Secondo l’analista, la costa occidentale del continente potrebbe persino beneficiare di un incremento dei traffici dovuto alla circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, in Sudafrica. Al contrario, la costa orientale appare più fragile. “Il limite strutturale – conclude Dentice – è la carenza di infrastrutture portuali capaci di gestire grandi volumi. Fatta eccezione per il Sudafrica e alcuni scali tra Kenya e Mozambico, la regione non possiede ancora la capacità logistica necessaria per ammortizzare una crisi di questa portata”.

© Riproduzione riservata

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