di: Gianfranco Belgrano | 6 Maggio 2026
Crisi della cooperazione allo sviluppo? Oppure una ridefinizione del sistema della cooperazione? Il calo degli aiuti da una parte – che è ormai generalizzato – e dall’altra, le spallate con cui Donald Trump ha rimodellato il sistema statunitense spostandolo da una logica di aiuti pubblici a una logica commerciale hanno rimesso in discussione il mondo della cooperazione nei termini in cui è andato avanti per decenni. Eppure, scrive Giovanni Carbone in un’analisi pubblicata da Ispi (Istituto Italiano di Studi Politici Internazionali), tra questi due estremi – il vecchio modello degli aiuti pubblici e la strada trumpiana – l’Italia pur senza sbandierarla sta proponendo una terza strada che è quella riassunta nel Piano Mattei per l’Africa.

“Trade over aid” – scrive Carbone, che è capo del programma Africa di Ispi e docente di scienze politiche all’Università degli Studi di Milano – è la radicalizzazione di qualcosa di già visto: “L’intento americano ripropone nuovamente un equivoco noto, semplice e fuorviante, ovvero che lo sviluppo possa essere demandato quasi integralmente al mercato, sufficiente da solo a combattere e risolvere i nodi di povertà, fragilità, disuguaglianze e insicurezza che ancora tormentano diverse aree del mondo, e in particolare l’Africa subsahariana. Di più, la formulazione scelta dall’amministrazione USA pretende di mettere completamente in alternativa tra loro investimenti e aiuti, strumenti che, nella realtà, non lo sono”.
Sottolineando che per quanto estremi, i tagli americani alla cooperazione allo sviluppo sono tutt’altro che un fenomeno isolato e sono anzi trasversali a diversi Paesi (tra cui Germania, Regno Unito, Giappone e Francia), nella sua analisi Carbone sostiene che se il dibattito e le dinamiche in corso hanno ravvivato la “fuorviante” contrapposizione tra aiuti e investimenti, il Piano Mattei per l’Africa si inserisce in tutto questo in modo più originale e meno polarizzante.
“Non aderisce all’idea di un mondo post-aiuti, ma nemmeno difende l’architettura tradizionale della cooperazione come se non ci fosse nulla da cambiare. Benché non lo dichiari in questi termini, esso sceglie piuttosto una sorta di “terza via”: sposta cioè il baricentro verso investimenti e scambi, ma conserva l’aiuto pubblico come modalità di intervento e di relazione”.
Una terza via che si manifesta nel fatto stesso che l’Italia “non ha abbracciato la strada dell’aiuto residuale”. Mentre molti donatori occidentali tagliano e riprogrammano, almeno per ora Roma – conclude Giovanni Carbone – mantiene un profilo relativamente più stabile, e anzi colloca il Piano Mattei dentro una strategia in cui gli aiuti pubblici allo sviluppo restano un pilastro.
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Africa e Affari, maggio 2026 - AI, partita da mille miliardi (copia digitale)



