di: Redazione | 28 Aprile 2026
La capitolazione di Kidal e il ritiro delle truppe russe dell’Africa Corps certificano il collasso dell’architettura di sicurezza costruita dalla giunta militare del Mali. Nel fine settimana, un’offensiva coordinata condotta dai ribelli del Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e dai miliziani del Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Jnim) ha colpito sette città maliane, ma l’elemento di maggiore rilevanza strategica risiede nell’abbandono dei presidi settentrionali da parte dei soldati maliani e dagli alleati.
Dopo la ritirata a Kidal, un vuoto di potere a Bamako?
Infatti le forze governative e i contingenti russi hanno lasciato l’insediamento di Kidal a seguito di un accordo con le formazioni avversarie. L’assenza di un confronto armato di fronte a un dispiegamento ostile evidenzia l’incapacità operativa della forza paramilitare di Mosca e configura una grave battuta d’arresto per la sua presenza nel Sahel, descritta in una recente analisi del think tank Carnegie Endowment come un’influenza militare priva di una “strategia politica per affrontare le cause profonde della violenza”.
L’offensiva ha interessato i centri di Gao, Kidal, Sevaré, Mopti, Segou e i sobborghi della capitale Bamako, tra cui Senou e la roccaforte militare di Kati. All’interno di quest’ultima, un attentato tramite autobomba ha colpito la residenza del ministro della Difesa, Sadio Camara. La giunta militare ha confermato il decesso del ministro a seguito dello scontro a fuoco successivo all’esplosione.
Al contrario, mancano dati e conferme ufficiali sulla sorte del leader della transizione, Assimi Goita. Le ricostruzioni indicano un suo possibile trasferimento a Niamey, in Niger, tramite un velivolo governativo maliano recentemente acquisito, il quale non risulta più stazionato sulla pista di Kati. Si tratta, allo stato attuale, di elementi privi di riscontro istituzionale su cui vige il silenzio delle autorità di Bamako.
Droni e geopolitica: l’ombra del conflitto esterno
Sul piano tattico, le milizie hanno impiegato droni e quadricotteri, denotando un avanzamento tecnologico che ha sollevato alcune accuse. Mali e Federazione Russa ipotizzano in effetti un coinvolgimento di Francia e Ucraina nel supporto logistico ai ribelli. Marco Di Liddo, direttore del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I), evidenzia come Kiev contrasti Mosca “non solo sul proprio territorio ma in tutto il mondo”, richiamando i precedenti interventi in Sudan. L’obiettivo delle milizie, prosegue l’analista, mira a esibire la fragilità dell’esecutivo per “creare un terremoto politico a Bamako” e rinegoziare l’autonomia del nord del Paese.

In questa dinamica, le formazioni jihadiste mantengono un profilo ridotto, delegando la conduzione delle operazioni ai movimenti indipendentisti al fine di disinnescare eventuali reazioni della comunità internazionale. La ritirata senza combattere di Kidal denota, secondo Di Liddo, come le forze russo-maliane fossero “praticamente circondate e non avessero possibilità di rispondere”.
Tuttavia il quadro di crisi coinvolge direttamente l’Alleanza degli Stati del Sahel (Aes). Nonostante l’esistenza di protocolli di mutua difesa, le forze armate di Niger e Burkina Faso non sono finora intervenute a supporto del Mali. Le cause risiedono nei limiti degli organici militari, insufficienti a coprire i fronti esterni senza sguarnire i territori nazionali, e in divergenze politiche tra le varie leadership.
Tra i fattori di attrito figurano in particolare presunte trattative intercorse tra l’esecutivo di Goita e i gruppi islamisti per garantire l’approvvigionamento di carburante. Tali negoziazioni, mai ammesse formalmente dal governo di Bamako, avrebbero suscitato il disappunto della presidenza burkinabé, segnalando una faglia all’interno dell’Alleanza e fornendo margine di manovra temporale alle milizie. Il fallimento nella gestione della sicurezza e il collasso del dispositivo russo-maliano espongono l’attuale dirigenza al rischio concreto di una sovversione interna.






