di: Michele Vollaro | 3 Marzo 2026
L’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran minaccia le catene di approvvigionamento globali. Dal blocco dello Stretto di Hormuz all’aumento dei noli marittimi, il continente rischia un doppio shock energetico e logistico. Nel lungo periodo la crisi potrebbe riconfigurare le alleanze e la presenza delle potenze del Golfo in Africa.
L’offensiva militare scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran sabato 28 febbraio, culminata con l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e la conseguente rappresaglia di Teheran, segna una profonda rottura negli equilibri globali. Ma se l’operazione militare si consuma nel Golfo, i sismografi economici registrano tremori in tutto il mondo che si riverberano pesantemente nel continente africano. Per l’Africa, infatti, la crisi non è uno spettacolo geopolitico lontano, bensì una minaccia immediata che si trasferisce rapidamente sulle pompe di benzina, sui costi logistici e sui bilanci nazionali.
Il doppio shock: energia e logistica
La dichiarata chiusura dello Stretto di Hormuz, annunciata da Teheran in risposta agli attacchi, rappresenta la prima e più grave criticità di questa fase, dal momento che attraverso questa via d’acqua transita circa il 20% del consumo globale di petrolio. A questo si aggiunge un secondo, devastante colpo per le catene di fornitura globali: la paralisi del Mar Rosso.
A causa del rapido deterioramento delle condizioni di sicurezza, i colossi del trasporto marittimo come la danese Maersk, la tedesca Hapag-Lloyd e la francese Cma-Cgm hanno annunciato la sospensione immediata dei transiti attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez. Si tratta di un blocco con un impatto profondo, considerando che da Suez (la rotta più breve tra Asia ed Europa, ndr) passa tra il 12% e il 15% del commercio marittimo globale e circa il 30% del traffico container mondiale.
Le flotte mercantili sono così costrette a essere dirottate attorno al Capo di Buona Speranza. Questo cambiamento di rotta allunga drasticamente le tempistiche e genera conseguenze a catena: da un lato il forte rischio di congestione per i porti sudafricani, dall’altro un’impennata drammatica dei noli marittimi, con le tariffe delle superpetroliere arrivate a sfiorare i 200.000 dollari al giorno. A complicare il quadro logistico interviene anche il blocco dei cieli: le chiusure degli spazi aerei e lo stop sui grandi hub di Dubai e Doha — veri e propri snodi nevralgici per le connessioni verso l’Africa — colpiscono in modo diretto le catene del valore, i viaggi di lavoro e il flusso essenziale delle rimesse della diaspora.
Il peso della crisi sui bilanci e il paradosso nigeriano
La vulnerabilità africana è prettamente strutturale. Nonostante le enormi ricchezze del sottosuolo, la maggior parte delle grandi economie del continente (tra cui Sudafrica, Kenya ed Etiopia) è importatrice netta di prodotti petroliferi raffinati. L’aumento dei prezzi del greggio si traduce inesorabilmente in bollette energetiche più salate, pressioni sulle valute locali rispetto al dollaro e un’impennata dell’inflazione, costringendo i governi al difficile compromesso tra il taglio della spesa pubblica o il ripristino di onerosi sussidi ai carburanti.
Mentre Paesi come l’Angola o la Libia potrebbero registrare dei benefici di cassa a breve termine grazie al caro-petrolio, il caso della Nigeria illustra bene le trappole dell’attuale sistema. Sebbene sia un gigante della produzione, gran parte del greggio nigeriano è già vincolato in contratti a termine siglati per ripagare debiti pregressi. Di conseguenza, i dividendi di un barile in forte rialzo finiranno in gran parte per arricchire i creditori esteri piuttosto che le casse federali. Inoltre, le forniture locali alla nuova maxi-raffineria di Dangote rischiano di non essere garantite, costringendo Abuja e gli operatori privati a importare derivati a costi esorbitanti.
Materie prime, investimenti esteri e l’incognita cinese
Gli effetti a cascata si propagano ben oltre il solo comparto energetico. La Cina, che riceve fino al 90% del suo petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz ed è il primo fornitore di beni lavorati per l’Africa, subirà un contraccolpo sui costi di produzione che verrà immediatamente “esportato” sotto forma di inflazione ai consumatori africani. Un rallentamento dell’economia asiatica comporterebbe anche un potenziale calo della domanda per le esportazioni non petrolifere del continente, andando a colpire i produttori di materie prime come il cacao ivoriano e ghanese.
A questo va sommata la possibile frenata degli Investimenti diretti esteri (Ide). Nei momenti di grande incertezza, i capitali occidentali tendono infatti ad allontanarsi dai mercati emergenti in cerca di porti sicuri, rischiando di ritardare l’avvio di grandi progetti infrastrutturali vitali per lo sviluppo del continente.
L’incognita diplomatica e il “rischio distrazione”
Sul fronte strettamente geopolitico, è ancora presto per misurare come e quanto l’offensiva contro Teheran ridisegnerà le alleanze e gli equilibri inter-arabi nel Corno d’Africa o nel Sahel. Tuttavia, un primo effetto indiretto è già percepibile: il timore di una drammatica distrazione dell’attenzione diplomatica e finanziaria internazionale. Mentre le potenze globali concentrano i loro sforzi nel Golfo per evitare un allargamento del conflitto, le crisi africane — dal Sudan al Sahel, fino all’est della Repubblica Democratica del Congo — rischiano di passare in secondo piano, subendo un pericoloso calo degli aiuti umanitari e del supporto logistico-diplomatico.
Inoltre, emerge un potenziale rischio legato alla sicurezza interna. In un contesto di guerra asimmetrica, non è escluso che si cerchino nuovi vettori di pressione al di fuori del quadrante mediorientale. L’Africa, con le sue fragilità e la presenza di minoranze sciite e di reti storicamente legate a Teheran — come, ad esempio, il Movimento islamico della Nigeria (Imn) — potrebbe risentire di un inasprimento delle tensioni settarie o assistere al riattivarsi di azioni per procura, nel tentativo di colpire interessi occidentali nel continente.
Tra neutralità pragmatica e riforme strutturali
Di fronte a una crisi di tale portata, le nazioni africane sono chiamate a mantenere una “neutralità pragmatica”, evitando di farsi trascinare in rivalità tra grandi potenze e concentrandosi sulla salvaguardia delle proprie rotte commerciali e della propria sicurezza. La posizione continentale, seppur formalmente ancorata alla retorica storica del non allineamento in seno all’Unione Africana, si traduce oggi in una ricerca di equilibri molto più flessibili, dove i singoli Stati diversificano le alleanze a seconda delle proprie necessità strategiche.
Ma la lezione più dura, ancora una volta, riguarda la resilienza dei sistemi economici. Come evidenziato dall’aumento dei noli marittimi e dallo shock dei prezzi petroliferi, l’Africa sconta un’esposizione strutturale eccessiva alle catene del valore globali. L’indipendenza energetica, la transizione verso le rinnovabili, l’integrazione commerciale intra-africana (anche attraverso l’implementazione dell’AfCFTA) e lo sviluppo di un’adeguata capacità di raffinazione locale non sono più semplici ambizioni di sviluppo, ma scudi economici necessari. L’obiettivo, ora più che mai, è creare le condizioni affinché il continente smetta di pagare il conto per guerre combattute a migliaia di chilometri di distanza.
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