di: Céline Dominique Nadler | 13 Febbraio 2026
Somalia e Lesotho si classificano ai primi posti della classifica delle economie africane più dipendenti dalle importazioni stilata dalla Banca Mondiale, una classifica che evidenzia debolezze strutturali che continuano a rendere il continente vulnerabile agli shock valutari, alle interruzioni della catena di approvvigionamento e alla volatilità dei prezzi globali.
Con le importazioni che rappresentano il 99% del Pil in entrambi i Paesi, la situazione della Somalia riflette decenni di conflitto, una capacità industriale minima e la dipendenza dalle importazioni di cibo e carburante, mentre la posizione del Lesotho deriva dalla sua piccola economia senza sbocco sul mare e dalla profonda dipendenza commerciale dal Sudafrica per beni di consumo e input industriali.
Anche le economie insulari e aperte dominano la classifica: Mauritius, in terza posizione, registra importazioni pari al 78% del Pil, a dimostrazione della sua integrazione nel commercio e nei servizi globali, ma anche della sua dipendenza dalle importazioni di energia, materie prime e cibo. All’ottavo posto, Capo Verde mostra un andamento simile (rapporto importazioni/Pil al 54%), dove l’isolamento geografico limita le opzioni di produzione interna.
Nonostante la promessa dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), progettata proprio per ridurre questa vulnerabilità, stimolando il commercio intra-africano, costruendo catene del valore regionali e sostituendo le importazioni extracontinentali con la produzione africana, diversi Paesi ricchi di risorse rimangono fortemente dipendenti dalle importazioni. Le importazioni della Namibia (al quarto posto della Top10) ammontano al 68% del Pil, mentre Libia (5°), Guinea (6°), Mozambico (10°), Tunisia (7°) ed eSwatini (9°) importano beni per un valore superiore alla metà della loro produzione economica.
Inoltre, in Libia e Guinea, l’instabilità politica e la limitata capacità di lavorazione comportano l’esportazione di materie prime e l’importazione di prodotti raffinati, mentre la forte dipendenza della Tunisia dalle importazioni ha intensificato la pressione sulle sue riserve valutarie, contribuendo a ripetute crisi economiche.
Il commercio intra-africano rappresenta ancora meno del 20% del commercio totale del continente, rispetto a oltre il 60% in Europa. Le carenze infrastrutturali dei trasporti, le barriere non tariffarie, il debole coordinamento delle politiche industriali e l’accesso limitato ai finanziamenti commerciali continuano a minare il potenziale dell’accordo.
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