di: Valentina Milani | 2 Febbraio 2026
I tagli ai fondi per la cooperazione non sono stati un semplice ridimensionamento graduale, ma uno shock improvviso che ha inciso su attività già avviate e finanziate, con effetti immediati sui programmi sanitari e sociali in diversi Paesi africani. A esprimersi a riguardo è Roberta Rughetti, direttrice di Amref Health Africa Italia, intervistata da Africa e Affari a margine della conferenza “Africa 2026, prospettive politiche ed economiche”, organizzata a Milano dal mensile economico per presentare il primo numero dell’anno.
L’esperienza di Amref: cronaca di uno shock finanziario
“Il tema non è stato tagliare investimenti futuri, ma all’improvviso cancellare contratti e attività già approvate e già finanziate“, spiega. “Il vero shock è stato il modo repentino in cui è avvenuto tutto questo, che ha costretto le organizzazioni a una battuta di arresto e a scelte molto drammatiche”. Nel caso di Amref, l’impatto è stato diretto: “All’inizio dell’anno abbiamo subito un taglio complessivo pari al 20% del nostro bilancio annuale”.
L’organizzazione è riuscita nella seconda parte del 2025 a colmare il vuoto finanziario, ma con effetti sulla continuità degli interventi. “Siamo riusciti a trovare altri finanziatori, ma questo non vuol dire aver mantenuto in piedi tutto ciò che avevamo. I nuovi fondi non sempre potevano essere usati per dare continuità ai progetti già in corso”. Rughetti parla di una resilienza condivisa da molte realtà del settore, ma segnala che le conseguenze nei contesti africani restano significative.
“In molti casi questa è anche una scelta geopolitica, perché vengono compromesse misure fondamentali di tutela della salute, di riduzione delle malattie infettive e trasmissibili, di supporto alla salute sessuale e riproduttiva e alla pianificazione familiare”, osserva. Allo stesso tempo, però, evidenzia una capacità di risposta interna al continente. “Abbiamo compreso che nel continente la risposta c’è, e sia gli organismi internazionali sia quelli di coordinamento regionale, come Africa Cdc, stanno cercando di reagire a questa situazione”.
Di fronte a questo scenario, Amref ha avviato da tempo una strategia di diversificazione delle entrate. “Ben prima dei tagli avevamo immaginato uno scenario di questo tipo”, afferma Rughetti. Tra le linee d’azione, l’organizzazione ha rafforzato l’individual giving, cioè le donazioni regolari da parte di privati, attivato nel 2022 e implementato dal 2023, come strumento per ridurre la dipendenza da singoli grandi finanziatori istituzionali.
Un altro asse considerato decisivo è la collaborazione tra profit e no profit. “Riteniamo che questa partnership sia una chiave fondamentale, per l’effetto moltiplicatore che può generare”, spiega. “È una complementarietà a tutti gli effetti: si trasferiscono rapidamente competenze dei due ambiti che possono fare davvero la differenza”. Per Rughetti, si tratta anche di superare diffidenze reciproche: “Stiamo cercando di ridurre al massimo le barriere pregiudiziali che esistono da entrambe le parti, perché se messe da parte danno vita a forme innovative e sostenibili, fondate su quel principio di equità che per noi è indispensabile”.
La direttrice avverte però che “il pericolo è immaginare queste partnership solo di fronte a un’opportunità di finanziamento”. A suo avviso, la costruzione dei rapporti tra organizzazioni della società civile e imprese dovrebbe avvenire prima, su basi strutturate. “Se questo lavoro inizia a monte, con un’analisi delle proprie competenze e dei propri obiettivi, e si creano accordi quadro, si chiariscono bene strategie e metodologie. Così si minimizza il rischio legato a partnership nate solo attorno alle risorse”.

In un contesto di risorse pubbliche più incerte, per Rughetti la tenuta degli interventi passa quindi da un mix di resilienza, diversificazione finanziaria e nuove alleanze, con un punto fermo: senza equità, anche la crescita e gli investimenti rischiano di non essere sostenibili nel tempo.
155 milioni di persone fuori dagli aiuti allo sviluppo
Quella descritta da Rughetti non è un’anomalia isolata, ma il riflesso di una contrazione sistemica che sta ridisegnando gli equilibri della solidarietà internazionale. Secondo i dati delle Nazioni Unite, i finanziamenti umanitari totali sono scesi da circa 37 miliardi di dollari nel 2024 a 24,5 miliardi di dollari nel 2025. Allo stesso tempo, i principali donatori hanno tagliato i loro budget complessivi per gli aiuti e l’Ocse stima che l’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) diminuirà nuovamente nei prossimi anni. Poiché gli aiuti umanitari provengono dallo stesso calderone di denaro, la stretta renderà più difficile per le agenzie trovare finanziamenti affidabili.
La realtà è visibile nella pianificazione delle Nazioni Unite. Per il 2026, l’organizzazione ha lanciato un appello per 23 miliardi di dollari per aiutare 87 milioni di persone, in calo rispetto ai 33 miliardi inizialmente annunciati. Tuttavia, le agenzie delle Nazioni Unite stimano che circa 239 milioni di persone in tutto il mondo avranno bisogno di assistenza salvavita nel 2026. Questo lascia 155 milioni di persone, all’incirca la popolazione della Russia, fuori dalla rete di sicurezza formale, non perché i loro bisogni siano scomparsi, ma perché i donatori hanno deciso di non poter più permettersi di soddisfarli.
Questa situazione alimenta quella che la Banca Mondiale definisce una “trappola della povertà”: risparmiare oggi sugli aiuti significa ostacolare la crescita futura, rendendo le comunità molto più costose da sostenere nel lungo periodo.
Dal collasso economico alle nuove insicurezze
Per i Paesi a basso reddito, la perdita degli aiuti crea una situazione finanziaria senza via d’uscita. I governi hanno due opzioni. Se mantengono i servizi di base, devono indebitarsi, aumentando il loro debito fino al punto in cui la maggior parte delle entrate fiscali viene destinata al pagamento degli interessi anziché allo sviluppo. Se si rifiutano di indebitarsi, devono tagliare la spesa per vaccini, insegnanti e assistenza sanitaria di base. Questo provoca il disfacimento del capitale umano, con intere generazioni che crescono meno sane e meno istruite.
La crisi dei finanziamenti non solo blocca la disponibilità degli aiuti, ma porta anche al collasso economico. Quando le agenzie umanitarie chiudono, il personale locale, inclusi autisti, traduttori e infermieri, perde il lavoro. I venditori locali che vendevano cibo, carburante o materiali da costruzione alle ong perdono i loro principali clienti. Questa contrazione economica costringe le persone a migrare, alimentando un ciclo di sfollamenti e migrazioni irregolari molto più difficile da gestire della crisi iniziale.
Altro avviso di allarme: quando gli aiuti scarseggiano, possono trasformarsi in un’arma. Gli osservatori temono che, nel vuoto lasciato dagli operatori umanitari, possano inserirsi le milizie locali, offrendo assistenza in cambio di lealtà o reclutamento.
© Riproduzione riservata



