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Porto di Misurata, l’Italia rafforza la sua proiezione strategica in Libia

di: Gianfranco Belgrano | 3 Febbraio 2026

di Mattia Giampaolo

Il 18 gennaio, a Misurata, nella Libia occidentale, è stato sottoscritto un accordo del valore di 2,7 miliardi di dollari per l’ampliamento e la modernizzazione dell’infrastruttura portuale. L’intesa riveste una chiara valenza strategica: mira non solo al potenziamento delle capacità commerciali della città, ma costituisce anche un indicatore significativo della continuità del ruolo italiano nel contesto libico. In una prospettiva di geopolitica delle infrastrutture, il controllo, lo sviluppo e la gestione dei nodi logistici assumono una funzione che trascende la dimensione economica, configurandosi come strumenti di proiezione di potere, influenza politica e radicamento territoriale.

In contrasto con una narrativa che descrive un’Italia progressivamente marginalizzata a favore di attori esterni, in particolare della Turchia, Roma continua invece a mantenere una posizione privilegiata in Libia. Tale posizione non si fonda esclusivamente sulla presenza strutturata di Eni nel settore degli idrocarburi, ma anche su una rete articolata di relazioni politiche, economiche e istituzionali stratificatesi nel tempo. In questo senso, le infrastrutture critiche rappresentano un moltiplicatore di potere, poiché consentono agli attori esterni di stabilizzare la propria presenza attraverso investimenti a lungo termine difficilmente reversibili.

La firma dell’accordo, che ha visto protagoniste la società italo-svizzera Msc e la qatariota Maha Capital Partners, rappresenta un passaggio economico e commerciale di rilievo, orientato a trasformare Misurata in un hub logistico moderno e tecnologicamente avanzato. La partecipazione italiana conferma il ruolo di primo piano dell’Italia e si inserisce in una più ampia competizione infrastrutturale nel Mediterraneo allargato, nella quale porti, corridoi logistici e catene di approvvigionamento diventano elementi centrali della competizione geopolitica tra potenze regionali e globali.

Per l’Italia, l’accordo sul porto di Misurata assume un significato che va oltre la dimensione puramente economica. Esso rappresenta uno strumento di riposizionamento geopolitico in una regione sempre più instabile, consentendo di rafforzare la proiezione logistica nel Mediterraneo centrale, di incrementare le esportazioni e di consolidare l’interconnessione con il porto di Gioia Tauro. In questa prospettiva, l’intesa si inserisce pienamente nella logica del Piano Mattei per l’Africa, nel quale le infrastrutture fungono da leve strategiche per combinare interessi economici, presenza politica e stabilizzazione regionale.

In questa prospettiva, l’accordo sul porto di Misurata conferma come l’Italia continui a essere un attore di riferimento nel contesto libico, anche a fronte della presenza di grandi potenze esterne, come la Russia. A differenza di attori che privilegiano una proiezione prevalentemente militare o securitaria, la strategia italiana si fonda su una combinazione di capacità industriali, competenze tecnologiche e radicamento relazionale, elementi che ne rafforzano la credibilità e la sostenibilità nel medio-lungo periodo.

Allo stesso tempo, sebbene il Qatar si configuri come un partner finanziario rilevante, il suo ruolo rimane strutturalmente complementare e non sostitutivo rispetto a quello italiano. Doha dispone infatti di un’elevata capacità di investimento, ma non di un know-how industriale e tecnologico paragonabile a quello espresso dalle imprese italiane nel settore delle infrastrutture strategiche. In questo senso, la cooperazione italo-qatariota appare funzionale a una divisione dei ruoli nella quale l’Italia mantiene una posizione centrale nella progettazione, realizzazione e gestione delle infrastrutture critiche.

Ne deriva che, nel quadro della geopolitica delle infrastrutture, la presenza italiana in Libia non può essere interpretata come residuale o subordinata, ma piuttosto come strutturale e difficilmente rimpiazzabile. Attraverso il controllo di nodi logistici strategici e l’integrazione delle catene di approvvigionamento nel Mediterraneo centrale, Roma continua a esercitare un’influenza significativa sul futuro economico e geopolitico del Paese nordafricano, confermandosi come uno degli attori esterni più consolidati e incisivi nel contesto libico contemporaneo.

Le difficoltà sull’implementazione dell’accordo arrivano tuttavia dal fronte libico. Se da un lato l’accordo è stato accolto con favore dal governo guidato da Abdelhamid Dbeiba, che individua in iniziative di questo tipo uno strumento per rafforzare, attraverso grandi investimenti infrastrutturali, la propria posizione politica, dall’altro si sono sollevate diverse voci critiche sull’operato del governo di Tripoli. A livello generale, in contesti caratterizzati da frammentazione istituzionale, le grandi opere infrastrutturali tendono a produrre effetti ambivalenti: se da un lato promettono sviluppo economico e occupazione, dall’altro rischiano di accentuare le competizioni locali per il controllo delle risorse, divenendo esse stesse oggetto di conflitto politico.

Tale dinamica emerge con chiarezza nel caso di Misurata, città storicamente contraddistinta da una forte coesione economica, sociale, politica e militare. Le critiche mosse da settori della classe politica cittadina all’accordo sul porto, accusando il governo di Tripoli di aver escluso le principali famiglie influenti dalle consultazioni, evidenziano come le infrastrutture strategiche siano anche luoghi di negoziazione del potere locale. In questo quadro, il rischio principale risiede nella possibilità che l’implementazione dell’accordo generi ulteriori tensioni in un contesto già segnato da elevata instabilità.

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