di: Enrico Casale | 21 Gennaio 2026
Il primo verdetto elettorale del 2026 (con relativi problemi e incidenti dai bilanci ancora incerti) è arrivato ed era scontato: la vittoria in Uganda di Yoweri Museveni. All’età di 81 anni e al potere dal 1986, Museveni continuerà a gestire dunque il Paese dell’Africa orientale. E un esito simile è atteso a Gibuti dove Ismail Omar Guelleh (77 anni) si candiderà per un sesto mandato e nella Repubblica del Congo dove potrebbe essere confermato anche Denis Sassou Nguesso (82 anni), presidente della Repubblica dal 1979 (con un’interruzione dal 1992 al 1997).
Gli appuntamenti elettorali in programma nel 2026
Se si guarda più in generale agli appuntamenti elettorali, il 2026 si annuncia come un anno significativo per l’Africa settentrionale e orientale. In Somalia, Etiopia, Algeria e Marocco, governi e istituzioni si muovono tra promesse di riforma e strategie di consolidamento del potere. Le riforme costituzionali ed elettorali in corso, pur presentate come strumenti di democratizzazione, rivelano una tensione costante tra apertura politica e controllo. In tutti e quattro i casi, l’obiettivo dichiarato è modernizzare i sistemi di governo, ma quello implicito, evitare che il cambiamento diventi instabilità.
In un contesto regionale segnato da crisi e transizioni, il Marocco rappresenta un’anomalia di stabilità. La monarchia di Mohammed VI continua a fondare la propria legittimità su un equilibrio calibrato tra autorità regale e partecipazione politica. Le riforme costituzionali del 2011 hanno ampliato il ruolo del Parlamento e del governo, ma il sovrano conserva ampie prerogative, soprattutto nei campi della politica estera, della sicurezza e della religione.
In vista delle elezioni del 2026, il sistema proporzionale che regola l’elezione dei 395 membri della Camera dei rappresentanti garantisce pluralismo e, al tempo stesso, frammentazione: un equilibrio che favorisce governi di coalizione sotto l’egida del Re. Tuttavia, le recenti mobilitazioni giovanili, innescate da questioni economiche e sociali, segnalano una crescente pressione dal basso. Le proteste, organizzate online e diffuse nelle principali città, riflettono la frustrazione di una generazione che chiede meritocrazia e riforme reali. Il rimpasto di governo deciso nell’ottobre 2024 testimonia la volontà del palazzo di contenere il malcontento, ma non ne elimina le cause strutturali.
L’Algeria si prepara a un biennio politicamente intenso. Le elezioni parlamentari e locali del 2026 saranno le seconde dall’adozione della Costituzione del 2020 e dovrebbero consolidare la nuova Repubblica annunciata dal presidente Abdelmadjid Tebboune.
La sessione parlamentare inaugurale del 2025 apre la cosiddetta “seconda fase delle riforme sociali”, con progetti di legge cruciali su partiti, autonomie locali e rappresentanza.
La novità formale è il limite di due mandati per i deputati, pensato per favorire il ricambio generazionale. Tuttavia, la dinamica politica resta fortemente controllata. Il discorso ufficiale insiste sul mantenimento della stabilità e sulla necessità di resistere a presunte “ingerenze esterne”, un tema ricorrente nella narrativa governativa. L’apparato politico e militare continua così a rappresentare l’asse del potere, mentre il pluralismo resta confinato entro margini strettamente gestiti. L’Algeria cerca di modernizzare senza liberalizzare, preservando l’equilibrio tra rinnovamento e controllo.
La Somalia tenta invece una svolta storica. Dopo più di mezzo secolo di voto indiretto basato sui clan (erano i clan ad eleggere i rappresentanti in parlamento e non i cittadini singoli), il presidente Hassan Sheikh Mohamud ha promosso una riforma che introduce il suffragio universale e rafforza i poteri presidenziali. Il nuovo quadro costituzionale, approvato nel marzo 2024, prevede l’elezione diretta del capo dello Stato e gli assegna la facoltà di destituire il Primo ministro, accentrando il potere a Mogadiscio.
Gli Stati federali di Puntland e Jubaland hanno reagito con ostilità, denunciando un tentativo di esautoramento delle autonomie regionali. In alcune aree la crisi istituzionale è degenerata in scontri armati, mentre il gruppo jihadista al-Shabaab approfitta della frammentazione per intensificare la propria offensiva. Senza un accordo politico che preservi un minimo equilibrio tra centro e periferia, il passaggio al suffragio universale potrebbe riaprire la stagione dei conflitti elettorali e, con essi, quelli clanici che in passato hanno destabilizzato il Paese.
In Etiopia, il processo elettorale previsto per giugno 2026 si svolgerà in un contesto di fragilità politica e territoriale. Il governo federale ha avviato i preparativi per un voto esteso anche alle regioni di Amhara e Tigray, ma il controllo effettivo su molte aree resta precario. Dal 2018, il Partito della prosperità, guidato dal premier Abiy Ahmed, si assicura sistematicamente la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, grazie a un sistema maggioritario che penalizza l’opposizione.
Le elezioni si svolgono dunque in un quadro formale di pluralismo, ma privo di reale competitività. Le recenti modifiche legislative, che mirano a favorire la nascita di partiti nazionali, non intaccano il predominio del governo, mentre gli analisti raccomandano un passaggio a un sistema proporzionale per evitare nuove fratture etniche e politiche. L’Etiopia resta un laboratorio di democrazia controllata: un modello che cerca di conciliare autorità centrale e rappresentanza in uno Stato federale ancora segnato dalle ferite della guerra civile.

Dalla Somalia al Marocco, passando per Etiopia e Algeria, il continente africano si confronta quindi con la stessa questione: come riformare senza destabilizzare. Le riforme elettorali in corso mostrano l’ambivalenza dei processi di modernizzazione istituzionale in contesti dove il potere resta personalizzato e la sicurezza prioritaria. Il 2026 sarà, per questi Paesi, un test politico, ma anche simbolico: misurerà la capacità delle leadership africane di tradurre la promessa di rinnovamento in una reale inclusione democratica. Se la posta in gioco è la stabilità, il rischio è che la democrazia resti, ancora una volta, un obiettivo più proclamato che praticato.
Un anno di elezioni
- Algeria: elezioni parlamentari, entro giugno 2026;
- Benin: elezioni parlamentari 11 gennaio; elezioni presidenziali, 12 aprile;
- Capo Verde: elezioni parlamentari aprile; elezioni presidenziali, ottobre;
- Gibuti: elezioni presidenziali, aprile;
- Etiopia: elezioni generali, giugno;
- Gambia: elezioni presidenziali, dicembre;
- Marocco: elezioni generali, settembre;
- Repubblica del Congo: elezioni presidenziali, marzo;
- São Tomé e Principe: elezioni presidenziali, luglio; elezioni parlamentari, settembre;
- Somalia: elezioni parlamentari;
- Sudafrica: elezioni municipali, novembre;
- Sud Sudan: elezioni generali, 22 dicembre;
- Uganda: elezioni generali, 12 gennaio;
- Sahara Occidentale: elezioni legislative;
- Zambia: elezioni generali, 13 agosto. Quest’articolo è tratto dal numero di Gennaio 2026 disponibile qui.




