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Adesina alla FAO: “Agricoltura in Africa non è una questione sociale, ma risorsa per creare ricchezza”

Trasformare l’approccio africano verso l’agricoltura da un approccio sociale, di sviluppo e politico ad un approccio economico e di business: è questa, secondo il presidente della Banca Africana di Sviluppo (AfDB) Akinwumi Adesina che ha tenuto un lungo intervento ieri nella sede centrale della FAO a Roma, la chiave per “sbloccare” l’enorme potenziale agricolo dell’Africa. Un potenziale per sfamare una popolazione continentale crescente, “ma anche il mondo intero”, e un potenziale in grado di far fare a molti paesi africani quel salto economico necessario a garantire uno sviluppo paritario e sostenibile.

Adesina, che era a Roma per la firma di un accordo che rilancia la collaborazione con l’agenzia ONU sui temi agricoli africani, ha ripetutamente sottolineato la necessità di un nuovo approccio al settore agricolo.

“Agricoltura e sicurezza alimentare sono critici per l’Africa – ha detto il presidente dell’AfDB – Ci sono stati grandi progressi nella diminuzione di dati sulla povertà, sia in Africa che a livello globale, ma c’è ancora molto da fare non abbiamo vinto la guerra contro la povertà e la fame. Il numero di persone costrette in condizioni da fame sta aumentando. I cambiamenti climatici sono uno dei motivi di questa crescita. Per invertire questo abbiamo bisogno di una forte leadership. Perché non è tollerabile non avere cibo, così come non lo è non avere elettricità, università o servizi sociali basici. Le lenti della anormalità non possono diventare la norma”.

“L’Africa – ha proseguito Adesina – detiene il 65% della terra arabile incolta rimasta sul pianeta per sfamare 9 miliardi entro il 2050. Le sue vaste savane sono la più grande frontiera agricola del mondo, stimata in 400 milioni di ettari. Ma solo il 10% di questo viene coltivato. Sono solo 40 milioni di ettari. L’Africa rappresenta il 75% della produzione mondiale di cacao, con il 65% di questo prodotto in Costa d’Avorio e in Ghana, ma il continente riceve solo il 2% dei $ 100 miliardi di entrate annuali dai cioccolatini a livello globale. Il motivo è che l’Africa esporta solo fave di cacao crude”.

Un modello che si ripete, sottolinea il presidente di Afdb, per altri prodotti di  cui l’Africa è un grande produttore: manioca, fagiolini, miglio, sorgo e caffè solo per citare le maggiori colture.

“Esistono già gli esempi e gli strumenti necessari per sbloccare l’enorme potenziale dell’agricoltura africana, a cominciare dagli strumenti finanziari che possano garantire agli investitori la riduzione della percezione del rischi connessi agli investimenti agricoli”, ha aggiunto ancora l’economista nigeriano sottolineando come sia fondamentale puntare sulle tecnologie e su politiche di supporto per garantire che programmi che si sono dimostrati vincenti per riproporli su scala maggiore, così da aumentare rapidamente la produttività e le entrate agricole per gli agricoltori e assicurare prezzi alimentari inferiori per i consumatori.

Per questo l’Afdb ha intenzione di puntare sempre di più sulla creazione di distretti agricoli e zone industriali agricole, direttamente nelle aree rurali, ma ben collegate con i mercati urbani.

In conclusione, il presidente dell’Afdb ha poi detto: “Sono qui a Roma per dire che è tempo di cambiare le lenti con cui guardiamo all’agricoltura in Africa. L’agricoltura non è un’attività di sviluppo o un settore sociale. L’agricoltura è un business e deve essere trattata come tale per sbloccare la ricchezza. Pensateci: le dimensioni del mercato alimentare e agroindustriale in Africa varrà per un valore enorme di $ 1 trilione entro il 2030. Chiedo un’alleanza strategica rivitalizzata e più forte tra la Banca africana di sviluppo, la FAO, l’IFAD e il Programma alimentare mondiale, per liberare il potenziale dell’agricoltura come attività commerciale in tutta l’Africa: l’Africa è stanca di essere povera”.

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Per approfondire:

Un numero dedicato alla Banca africana di sviluppo (AfDB), che sta diventando sempre di più anello di congiunzione tra mondo privato e settore pubblico, finanziando i grandi lavori necessari a colmare il gap continentale.



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