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Jammeh, i suoi ‘fratelli’ e l’inesorabile futuro

Yahya Jammeh non aveva ancora 30 anni quando prese il potere nel piccolo Gambia. Lo scorso 22 gennaio, se ne è andato a bordo di un aereo dopo 22 anni, portandosi dietro un po’ di ricchezze, a un soffio dall’essere cacciato a forza da un contingente di militari inviato dai Paesi aderenti a Ecowas. La presidenza è potuta passare così ad Adama Barrow, il candidato presentato dalle opposizioni alle elezioni dello scorso dicembre e uscito vittorioso nell’incredulità generale.
Il fatto nuovo, che potrebbe ora costituire un esempio e un deterrente per altri leader recalcitranti anche di fronte ai verdetti elettorali, è stato l’intervento diretto di un’organizzazione regionale africana seguito a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Come ha scritto Raffaele Masto, columnist della rivista ‘Africa’, l’intervento militare dell’Ecowas rappresenta un evento inedito non perché sia il primo in Africa occidentale “ma perché il nemico, in questo caso, era rappresentato da un presidente e non da una formazione guerrigliera o da una fazione impegnata in una guerra civile”. Non è un fatto secondario ed è uno dei motivi che danno a questo intervento una significativa valenza politica. Jammeh era la vecchia Africa. Che c’è ancora, con altri Jammeh in altri Paesi.

Accanto a questi però, ci sono esempi positivi, significative storie di alternanza politica cui spesso si agganciano anche le storie più importanti di progresso economico. Tutto a sottolineare il fatto che più i Paesi africani riescono a incanalarsi lungo un percorso di stabilità democratica più se ne vedono le ricadute positive sul piano economico e sociale, e meglio si risponde anche a una serie di problemi e ferite lasciate dal periodo coloniale.



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