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    Africa: transizione energetica, il nuovo passo chiesto dal continente

    “Quando si parla di transizione energetica e cambiamenti climatici e si mettono a confronto le posizioni di Africa e Occidente, c’è da una parte la consapevolezza che sfide e problemi riguardano tutti, e dall’altra parte che ci sono però delle differenze anche significative”. Parte da questi presupposti l’analisi di Giovanni Carbone, docente dell’Università di Milano e capo del Programma Africa all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), sentito da Infomundi a margine della conferenza di presentazione dell’International Network on African Energy Transition, organizzata a Roma da Eni e Università Luiss. 

    “Innanzitutto – dice Carbone – ci sono delle differenze sul piano operativo ovvero ci sono iniziative che possono star bene all’Europa ma non stanno bene ai Paesi africani. Si è parlato ad esempio del Carbon Border Adjustment Mechanism, un meccanismo che consente all’Ue di imporre unilateralmente un prelievo sulle importazioni da Paesi che non soddisfano gli standard ambientali stabiliti dall’Unione Europea. Ebbene, di questo meccanismo gli africani parlano male perché la considerano un’iniziativa svantaggiosa per lo sviluppo economico continentale”. 

    E poi ci sono delle divergenze che riguardano un approccio più generale. “Pur dovendo affrontare il tema del cambiamento climatico e della transizione energetica, i Paesi africani hanno la percezione di essere costretti a dare risposte a problemi non causati da loro. Non viene riconoscuto a sufficienza il fatto che la responsabilità delle emissioni inquinanti per esempio risiede altrove: ‘voi avete sporcato, voi prendete la scopa e pulite’ è il pensiero dominante in Africa. La sensazione africana è che gli sforzi richiesti siano ingiusti e siano sproporzionati rispetto alle risorse finanziarie disponibili e ad altri aspetti”. 

    Tutto questo, secondo Carbone, va a sua volta a confluire in un periodo di distanze crescenti o comunque di crescente risentimento, rabbia in certi momenti, in diversi angoli del continente africano. “Non possiamo fare un tutt’uno ma ci sono tante manifestazioni di questo risentimento, che vanno da posizioni assunte dai Paesi africani a livello politico e diplomatico internazionale, a dichiarazioni delle leadership, a proteste varie, a cambi di regime avversi all’Occidente, a riequilibri delle alleanze internazionali”. Tutto ciò, sottolinea il docente, complica l’agire assieme, perché rende gli africani meno disponibili e più propensi a sottolineare la presenza di altri partner e di altre idee. 

    “In Occidente – conclude Carbone – abbiamo cominciato a capirlo, e in alcuni casi si è trattato del brusco risveglio di chi era stato abituato a dettare la linea e ad essere seguito. L’Occidente si sta accorgendo che non è sempre così pur detenendo ancora una leva molto forte su diversi Paesi africani. Questi ultimi, a loro volta, hanno cominciato a giocare su più tavoli e si sono resi conto di avere più alternative. Una tendenza rafforzata dai continui errori commessi dall’Occidente, dal mancato rispetto degli impegni presi, da un atteggiamento di superiorità che non piace”. 

    [Da Redazione InfoAfrica]

    © Riproduzione riservata

    Leggi il nostro focus sulle iniziative da intraprendere per attuare una transizione energetica sostenibile: https://www.africaeaffari.it/rivista/svolta-green-ma-a-che-prezzo



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