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La risposta africana all’emergenza: sempre più verso un’Africa@ZeroMiles

In questo articolo adatterò a un contesto molto attuale come quello di covid-19 la struttura che il dipartimento britannico per lo Sviluppo internazionale (Dfid) ha creato nello studio sul Sustainable Livelihood, cioè del “sostentamento sostenibile”. Secondo questa teoria, per superare un momento di difficoltà i soggetti sottoposti a una crisi di diversa natura (ambientale, politica, stagionale) sono costretti a escogitare strategie più o meno sostenibili a seconda anche del supporto dato dalle politiche e dalle istituzioni. Nelle parole del Dfid: «I mezzi di sostentamento diventano sostenibili quando riescono a superare una crisi e mantenere o migliorare capacità e risorse anche per il futuro, senza compromettere le ricchezze naturali».

Come soggetto di studio, anziché una generica comunità, considereremo un Paese X che si trova a dover mitigare gli effetti della crisi da coronavirus tra salute ed economia.

Il contesto di vulnerabilità indicato dal modello Dfid è quindi, nel nostro caso, la pandemia, mentre il soggetto in crisi è un Paese subsahariano con le proprie risorse materiali, sociali, naturali, finanziarie e umane. L’accesso del soggetto a politiche e processi di supporto (come previsto dal modello Dfid) potenzia la propria capacità di trovare delle strategie per bypassare la crisi. In questi giorni stiamo seguendo con attenzione i numeri che vengono dall’Africa su covid-19 e le misure di protezione che vengono prese, come la chiusura degli aeroporti o il coprifuoco, ma quello che non leggiamo altrettanto spesso sono le misure economiche che in molti Paesi africani e specialmente subsahariani stanno favorendo il potenziamento della produzione loca- le di beni per soddisfare i fabbisogni interni, quindi l’implementazione di un lockdown non economico. Ad esempio, alcuni governi africani durante il blocco hanno imposto l’acquisizione di mascherine e gel prodotti localmente, favorendo anche la conversione di settori industriali. Si deduce in tal modo l’importanza della capacità e della velocità nel trasformarsi da parte del privato e la tempestiva creazione di politiche governative dedite al superamento o alla mitigazione della crisi. Come affermato da numerosi leader, l’Africa non può fermarsi perché il disastro andrebbe oltre il numero delle vittime e potrebbe sfociare in un danno socio-economico con un impatto molto più esteso e gravoso sulla popolazione. Basti pensare al già esistente blocco sull’import-export e all’impatto sulle valute locali.

Le strategie per mitigare la crisi, quindi, possono essere distinte in tre momenti che dalla fase di pura emergenza (il lockdown) si spostano verso la creazione forzata di un’economia self-sufficient dovuta al blocco delle import-export fino alla possibilità di far “virtù” della situazione di crisi e lavorare verso un assetto più stabile. come il concetto dello sviluppo dell’industria “Africa per l’Africa”.

Poche settimane fa il presidente Kenyatta, durante uno dei suoi discorsi alla nazione, ha sottolineato l’importanza di un potenziamento della produzione loca- le, che non deve però concludersi con la risoluzione dell’epidemia ma che deve andare ben oltre e diventare un’opportunità di crescita, una risposta africana all’emergenza. L’imprenditoria africana nella sua maggioranza si è dimostrata capace di nuovi esperimenti nella conversione di risorse in materie finite, creando una supply chain per rispondere alle esigenze della comunità e questa capacità di adattamento e di conversione può essere applicata ad altri settori chiave come l’agro- alimentare.

Ma concretamente che opportunità apre alle imprese italiane la risposta africana? La conoscenza, l’esperienza, la tecnologia sviluppata dall’imprenditoria italiana può e deve essere usata in questo processo di ulteriore industrializzazione dell’Africa; oggi come mai prima ci si presenta l’occasione di essere partner chiave per un’Africa pronta alla sua rivoluzione industriale. Troppe sono le affinità con questo continente per non cogliere il momento propizio, ci sarebbe troppo da perdere nel non essere presenti. C’è un intero continente con più di un miliardo di persone che hanno “fame di tecnologia”, ci sono materie prime di eccellenza e in grande quantità pronte alla trasformazione e alla messa in commercio sia localmente che altrove. Guardare all’Africa per uscire insieme da questo momento storico senza precedenti si può.

di Rita Ricciardi *

* Esperta in consulenza strategica all’internazionalizzazione, ha conseguito la laurea in Economia presso l’università del Surrey e un master in Sviluppo internazionale a Bath. Ha lavorato nella cooperazione prima di aprire una società che si occupa di energie rinnovabili in Africa. È presidente dell’Associazione per il commercio italo-keniana.



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